di Piero Maroni
Immaginiamo una scuola dove dall'ascolto degli alunni
scaturiscono i temi della ricerca e dell'approfondimento,
dell'invenzione fantastica e della creazione poetica;
dove il lavoro non è dettato dalla consuetudine,
ma ogni giorno è una nuova tappa del quotidiano viaggio
che insieme si è intrapreso lungo le vie della conoscenza.
Una scuola dove la progettazione diventa un momento collettivo
e in cui si indicano le vie dell'indagine, dell'esplorazione,
i mezzi, le tecniche e i tempi dell'attuazione.
Dove le conclusioni diventano cartelloni,
drammatizzazioni, pitture, libri, raccolte,
dove le interrogazioni sono collettive
e chi sa dice e chi non sa ascolta e, forse, impara.
Dove non è importante sapere tutto, ma interessarsi a tutto,
dove le verifiche servono solo per l'autocorrezione,
dove non si lavora per un voto, ma per il gusto di fare,
dove la valutazione non è una classificazione
di abilità e quantità di conoscenze,
ma una modalità per conoscersi meglio,
dove la punizione più grave è l'esclusione dal gruppo,
dove “copiare” non è un reato, ma aiuto reciproco,
dove non si lavora per l'insegnante, ma con l'insegnante,
dove l'apporto di ciascuno diventa fondamentale
perché tanto c'è da fare e l'esclusione di uno solo
è un lusso che non ci si può permettere,
dove, infine, il perdere tempo è un guadagno di socialità.


























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