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Veglia

  Il capitolo che si va ad aprire investe uno degli aspetti più antichi e tipici di un tempo in cui le favole non si leggevano sui libri illustrati o si imparavano tramite i cartoni animati della televisione, ma facevano anch'esse parte di quella cultura orale che si trasmetteva all'interno del nucleo familiare e solitamente erano i nonni ad intrattenere i piccoli nelle veglie invernali.

  Nel mio caso era la nonna Gusteina (Agostina), donna di modeste origini ma in grado di saper leggere e scrivere e soprattutto dotata di un ricco patrimonio di cultura popolare che aveva assorbito nella sua famiglia d'origine, gente dalla quale emersero poi personalità capaci di raggiungere alte vette nel campo della cultura dotta.

  Alcune di queste favole credo siano del tutto inedite, non le ho mai rinvenute in nessuna raccolta, altre invece, pur con i distinguo dovuti alle caratteristiche del narratore, hanno forti attinenze con altre raccolte da Italo Calvino e pubblicate in due volumi intitolati “Favole Italiane”.

  Al patrimonio favolistico di conoscenza personale, vi si sono poi aggiunte negli anni trascorsi nella scuola, altri rinvenimenti scaturiti da una costante ricerca presso le persone anziane di quei racconti che hanno allietato l'infanzia di tanti bambini e che l'avanzare della modernità sta inesorabilmente cancellando.

  Per chiudere questa breve introduzione, riporto un episodio di pochi giorni fa e assai esplicativo.

  Al tavolo di un rifugio di montagna un bimbo di due anni mangiava i maccheroni con le mani senza mai guardare nel piatto, era tutto concentrato sullo schermo di un telefonino che la mamma gli aveva posto di fronte con un programma di cartoni animati. Mi era vicino e per tutta la durata del pranzo non l'ho sentito proferire una sola parola, la madre è intervenuta solo alla fine per pulirgli le mani unte di sugo e dopo aver felicemente conversato con le amiche del suo gruppo.

  Senza voler trarre conclusioni affrettate, credo però sia questo un esempio sintomatico di  come si attua oggi la comunicazione.

    La versione originale di queste favole era sempre e comunque in lingua dialettale, questa era l'unica forma espressiva in uso al tempo della mia infanzia nella nostra vecchia casa in fondo a via Villagrappa, la lingua italiana arriverà molto più tardi, ma nei rapporti familiari e di vicinato, era il dialetto l'unica forma linguistica di comunicazione e queste favole così mi sono state raccontate, la traduzione è un fatto recente.

          LA  DÒNA  FEURBA

  U j era una volta una dòna che era int caèsa da par lì e la steva s'la porta verta, acsè un laèdar l'antret e us mitet a sfurgataè int i caset par rubé sèl ch'u j era. Mo la dòna la s'na det da e' malan ch'e feva, la curet 't la cambra da lèt e la s'imbatet 't e' laèdar. La vlòiva ciamaè aieut ma leu ui get che s'l'an steva zeta u la j avreb mazaèda e ui faset avdòi un longh curtlaz.

  Propi int che mumòint j era drì a pasaè du carabinir dninz la caèsa dla dòna, alòura e' laèdar svelt cmè la pòrbia, u sa maset sòta e' lèt, mo pròima u la aviset che s'la i ciamaèva u la j avreb fata sèca pròima ancòura ch'j arives.

  La dòna però, ch'l'era una bèla furbaciòuna, la ciapet e' su gat 'd pòil biench e l'al faset stuglaè se' pien dla finèstra spalancaèda e pu s'la pitnòina la cminzet a lisei e' pòil fasend finta 'd gnent e intaènt la i giòiva 't agl'j urèci a vòusa basa:

  • Oh bèl gat... che ti pettinas... che ti fasesti bèl... se ti fasesti maèl, cumè che ti

 rugiares...AIUTOOO...!!!

  Snò l'eutma parola la la giòiva a vòusa èlta, e ste zughin la l'arfaset piò e piò volti, e piò la i deva e piò la alzaèva la vòusa.

  E' laèdar us cardòiva che da bon la dòna la pitnes e' gat, invici i carabinir i santoiva ben snò la parola AIUTO, i i mitet un po', parché us sa che i carabinir i n'è taènt svegg, mo pu i s'n'in faset ch'la j avòiva bsògn d'un aieut da bon, acsè j antret 'd cheursa int caèsa e i ciapet e' laèdar ch'l'era tot artirat sòta e' lèt e ch'un gn'e la feva a capoi cmè ch'j aves fat i carabinir a 'd incorzni 'd leu.

          LA  DONNA  FURBA

  C'era una volta una donna che era in casa da sola e stava con la porta aperta, così un ladro entrò e si mise a frugare nei cassetti per rubare ciò che c'era. Ma la donna se ne accorse dal rumore che provocava, corse nella camera da letto e s'incontrò col ladro. Voleva chiamare aiuto ma lui le disse che se non stava zitta l'avrebbe uccisa e le mostrò un lungo coltellaccio. 

  Proprio in quel momento erano intenti a passare due carabinieri vicino alla casa della donna, allora il ladro svelto come la polvere, si nascose sotto il letto ma prima la avvisò che se li chiamava l'avrebbe fatta secca prima ancora che giungessero.

  Ma la donna, che era una bella furbacchiona, prese il suo gatto di pelo bianco e lo fece sdraiare sul piano della finestra spalancata e poi con un pettine cominciò a pettinargli il pelo facendo finta di niente e intanto gli diceva nelle orecchie a voce bassa: 

   -Oh bel gatto...che ti pettinassi...che ti facessi bello...se ti facessi male, come

    urleresti...AIUTOOO...!!!

  Solo l'ultima parola la pronunciava ad alta voce, questo giochino lo ripetè più e più volte, e più insisteva e più alzava la voce.

  Il ladro credeva sul serio che la donna stesse pettinando il gatto, invece i carabinieri udivano bene solamente la parola AIUTO, ci misero un po', perché è noto che i carabinieri non sono tanto svegli, poi però se ne accorsero che aveva bisogno di aiuto sul serio, allora entrarono in casa di corsa e catturarono il ladro che era tutto rannicchiato sotto il letto e che non ce la faceva a capire come avessero fatto i carabinieri ad accorgersi di lui.

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