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Piadina-2di Piero Maroni  

  Nel lungo e oscuro corso della sua storia, la piada ha subito varie trasformazioni legate soprattutto alle condizioni economiche dei ceti popolari, pare che ai tempi dell’antica Roma le piade si usassero come piatti su cui servire i cibi (ricordate il pasto di Enea e dei suoi, che dopo aver mangiato il companatico ed essendo scarso si mangiano anche i piatti, che erano per l'appunto piade?).

  Questi “speciali” piatti dopo che avevano assorbito gli umori e i sughi delle pietanza dei signori patrizi, venivano dati alla servitù come pasto e di qui la sua storica destinazione a cibo per poveri.

  La piada è sempre stato un prodotto povero, da contadini, serviva a compensare, e molto spesso a sostituire, il pane che per essere preparato necessitava di farina bianca, il cui costo non era alla portata di tutti.  

  La piada aveva invece costi assai più ridotti perché si poteva confezionare con farine di varia ed economica provenienza, nei tempi più grami, quando sfamarsi non era un problema di poco conto e le morti causate dalla denutrizione erano all'ordine del giorno, vi si mischiavano farine di ghiande, di ceci, di segale, di castagne ed altro fino ad usare addirittura anche farina di… segatura, nei casi più disperati.

  Se ci si riferisce ad un tempo a noi un po' più prossimo, diciamo  a partire dall'ottocento e fino a prima dell’ultima guerra e in qualche caso anche al subito dopo, in questa parte di Romagna si può notare come nell'impasto fosse presente la farina di “furmantòun”, il mais.

  Era la cosidetta “pida armèscla”, cioè con almeno la metà di farina gialla di mais,  ma non era raro che fosse anche tutta di sola polenta, tanto che per girarla ci si serviva di un largo coperchio perché sennò si spezzava in varie parti. 

  Si racconta in queste contrade che, prima del ‘900, quando Leopoldo Tosi  prese possesso della direzione della tenuta “la Torre”, si presentò ai contadini convenuti sul piazzale interno con la promessa che se lo avessero seguito nei suoi propositi, avrebbe fatto di tutto per far sì che invece di mangiare tutti i giorni  piada di farina gialla, avrebbero potuto mangiare pane bianco di farina di grano.

  Ed in verità la promessa fu mantenuta, ma non fu il pane bianco a sostituire la piada gialla, fu la stessa piada a cambiare colore e diventare bianca, ma sempre più insostituibile sulle tavole delle case contadine.

  C’è una bella lirica di Nino Lombardi (San Marino 1901 - 1937), scritta in dialetto sammarinese e apparsa nel 1928 in una raccolta intitolata “Un quadrett d' pieda” che ci descrive la dieta del contadino di quei tempi.

  • LA  CLAZION

    Sotta l’arvura vècia dla pianteda

    la sposa la j à port da fè clazioun:

    radecc cundid, citèla, e dla gran pieda

    'd farena armèscla: grén e furminton.

    Oun a la volta i to ‘na sfurzineda

    ‘d chi bèi radecc, s’la pieda i fa un casoun,

    e giò chi magna e i bev una surzeda

    ‘na volta pr’on, tached me’ bucaloun.

 
  • COLAZIONE

  • Sotto l’antica quercia della vigna

    la sposa ha portato da fare colazione:

    i radicchi conditi, acqua acetata e della gran

    piada di farina mischiata: grano e formentone.

    Uno alla volta prendono una forchettata

    di quei bei radicchi, con la piada fanno

    un cassone, e giù che mangiano e bevono

    un sorso una volta per uno, attaccati al boccale.

  •   

    Piada “armèscla” dunque, alla sera, al mattino e a colazione e, ovviamente, non poteva mancare a merenda.

  Ce la racconta Eugenio Cavazzuti (Alfonsine 1878-1948) in una sua poesia pubblicata su “La Piè” nel 1933 nel dialetto della provincia ravennate e in cui descrive i preparativi nella casa del mezzadro che attende l’arrivo del padrone della terra.

  • BRENDA

     

    U j è ins e’ tulir un parsott

    ch’u n’è incora cmenz

    e un curtell.

    Ins la tevla un mantil

    bianch d’ bughé,

    un mzitén d’ barzamén

    deì pan fresch e dla piè.

    È ven ‘d fura l’arzzor

    ch’l’à int’ al man

    un zest d’ figh e du mlun.

    E srà un’ora

    che l’arzdora

    la sporbia e la spazza

    ch’la puless chi tabech.

    È srà un’ora

    mo fra poch

    l’a da vnir e’ patron cun la sgnora!

 
  • MERENDA

  •  

    C’è sul tagliere un prosciutto

    che non è ancora incominciato

    e un coltello.

    Sulla tavola una tovaglia

    bianca di bucato,

    un mazzetto di barzemino

    del pane fresco e della piada.

    Vien da fuori il reggitore

    che ha nelle mani

    un cesto di fichi e due meloni.

    Sarà un’ora

    che la massaia

    spolvera e spazza

    che pulisce i bambini.

    Sarà un’ora

    ma fra poco

    deve arrivare il padrone con la signora!

(Continua)

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