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Setaccio la sdazadi Piero Maroni  

Non era l'orologio che dettava i tempi di vita in quelle campagne in cui una gran parte di umanità trascorreva la propria esistenza terrena, bensì il sole, era la sua quotidiana luce a determinare la sequenza delle varie incombenze

 Ci si alzava al mattino quando ancora la stella mattutina (e' starlòt) brillava nel cielo appena rischiarato dalle prime luci dell'alba per intraprendere l'abituale lavoro nei campi, fatica che, dopo la pausa pranzo di mezzogiorno, aveva termine quando il buio della sera avvolgeva ogni  cosa.

 Ed era quello anche il tempo  in cui le donne della casa si dedicavano alla preparazione della piada, una consuetudine tanto antica da non ammettere deroghe.

  Lo narra Maria Pascucci (Gambettola, 10 ottobre 1892 - Verucchio, 10 marzo 1980) in una bella prosa pubblicata sul Resto del Carlino nel 1941 e di cui se ne riporta un brano.

  Nell’ora del crepuscolo, quando la luce si spegne e l’ombra sale, un fumo leggero, aereo come un vapore, esce dai camini delle case disseminate per la campagna… E dalle case un canto viene, cadenzato e dolce, che accompagna il moto ritmico del setaccio che danza veloce sul tagliere. Una mano, fatta agile dalla lunga abitudine, imprime al cilindro breve, tagliato dal velo di seta, un moto circolare rapido e svelto che ha la leggerezza aerea di un volo. Nella danza ebbra e leggera il setaccio sale e discende e lascia sul tagliere un velo di farina soffice come neve. La massaia intride e dimena ora con l’una, ora con l’altra mano, e poggia sulla pasta il polso, con tutto il peso del corpo che ondeggia nel moto regolare e alterno. Poi col matterello assottiglia e arrotonda, finché il bel disco di pasta portato sulle palme aperte, viene lasciato cadere sulla teglia di terra già calda. Bruciano intorno foglie secche, gambi di granoturco, manciate di stecchi e di canapuli…È un fuoco effimero, una fiamma viva e guizzante che divampa improvvisa e non lascia brace, cuoce la piada in un baleno e non la brucia. Con la punta del coltello la massaia fa girare la piada in cerchio, la volta e la rivolta fino a cottura completa e poi la porta profumata e croccante sul tagliere e la taglia in croce…

  Anche sul “moto ritmico del setaccio” c’è chi ha trovato la giusta ispirazione per fare poesia, è il caso di Oda Bersani Borghesi, poetessa d’origini sammauresi poi trasferitosi per amore a Longiano, dove in dialetto locale ha pubblicato il volume “Udor ‘d tèra mòla” (Odore di terra bagnata) da cui è tratta questo grazioso e simpatico componimento.

  • E  chènta  la  sdaza

    Mè a cnòs ‘na fameia campagnola,

    dov ch’al s’cambia al fazendi ogni dè,

    un’arzdòra, ‘na spousa, ‘na fiola.

     

    Par la pida, la spoia ed e’ pèn,

    e s-ciadour, e tulir e la sdaza

    l’è attrezz ch’a li ha sempra fra mèn.

     

    Se ad tòuran u j è la ragaza:

    “A ta ciap! A ta ciap! A ta ciap!!”

    la saltèla e la chènta la sdaza.

     

    S’l’è la nora ch’la s met a sdazè,

    senza pressia la sdaza e la stressa:

    “A t’ho ciapè! A t’ho ciapè! A t’ho ciapè!!”

     

    Si sbadai la va avènti e s’la fiaca

    quant ch’l’areiva la volta dla nòna,

    cmè par dei: “A sò straca! A sò straca!!”

 
  • CANTA IL SETACCIO

    Io conosco una famiglia campagnola

    dove si scambiano le faccende ogni giorno

    una massaia, una sposa, una figlia.

  •  

    Per la piada, la sfoglia ed il pane,

    il matterello, il tagliere e il setaccio

    sono gli attrezzi che hanno sempre in  mano.

  •  

    Se di turno c’è  la ragazza:

    “Ti prendo! Ti prendo! Ti prendo!!”

    saltella e canta il setaccio.

  •  

    Se è la nuora che si mette a setacciare

    senza fretta setaccia e striscia:

    “T’ho preso! T’ho preso! T’ho preso!”

  •  

    Coi sbadigli va avanti e con la fiacca

    quando arriva la volta della nonna,

    come per dire: “Sono stanca! Sono stanca!

  •   

 La piada era il tipico alimento per la cena, un'abitudine indiscutibile, poi se ne restava qualche quadretto si consumava anche il giorno successivo soprattutto a colazione o, se d'inverno, si poteva riscaldare sulla stufa, ma non c'erano confronti quando di sera giungeva in tavola calda e croccante. Ho personalmente visto nel tempo che fu, un contadino chiamato Bilèza, mangiarsi per cena una piada intera tocciandola in un caco maturo e leccarsi le labbra.

  Dario Mazzotti (Savignano, 13 novembre 1895 – Savignano, 7 marzo 1984)  nella poesia che segue ci conferma che è la cena serale il momento in cui si fa uso della piadina.

  • La  soira

    La soira, sèca sbruleda,

    la ven fura dal fisouri de mount.

    La sèlta, la svoincla, la zurpa;

    pu a pas d’om la ven zò

    da grèp a grèp, vers la piena.

     

    I puret i zend la candòila,

    ti palaz i lom a petroli.

    La sòira la apòza al ganasi

    giazi morti si mour.

     

    Un bat e’ tlèr, un prela e’ fus,

    i brousa i gambareun par la pida da cus.

 
  • LA SERA

    La sera, secca spinta,

    viene fuori dalle fessure del monte.

    Saltella, svicola, scherzeggia;

    poi a passo d’uomo scende giù

    da greppo in greppo verso la pianura.

  •  

    I poveri accendono la candela,

    nei palazzi i lumi a petrolio.

    La sera appoggia le guance

    ghiacce morte ai muri.

  •  

    Non batte il telaio, non prilla il fuso,

    Bruciano i gamboni del formentone

    per la piada da cuocere.

  •   

 Una presenza costante dunque quella della piada nelle case di campagna, un’abitudine di vita, mentre nelle città e nelle case bene era un po’ snobbata, era cibo per poveri, tutti ne erano però assai golosi anche se nelle case cittadine o paesane, la si faceva solo in determinate occasioni, quando ad esempio si erano raccolte o comprate le erbe, o se si aveva la fortuna di poter disporre di carni di maiale tipo prosciutto, pancetta, cotechino, salsiccia da schiacciare tra due quadretti di calda piada o anche formaggio lento da spalmarci sopra.

  Io che da bambino vivevo in un piccolissimo borgo di campagna, la Villagrappa, nelle sere d’estate aspettavo il passaggio di ritorno dal mare del carretto del gelataio sammaurese “e’ zghin” o di uno qualsiasi dei suoi tre figli maschi, con un quadretto o due di piadina sotto il braccio, dipendeva da quanto ne rimaneva dalla cena.

 Un quadretto valeva un gelato di 5 lire, due quadretti un gelato da 10 lire e se qualche sera la piada era finita e nulla era rimasto, il gelataio affamato quasi si arrabbiava:

     - Va a razaè t’la matra, s’la è sèca l’è distèss! ( Vai a razzolare nella madia, se è secca è lo stesso!).

 

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Stanno lavorando per noi

Pubblicato il 14.01.2021 - Categoria: Vignette

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