Sanmauropascolinews.it

Sanmauropascolinews.it

Parzialmente nuvoloso

18.89°C

Parzialmente nuvoloso
Umidità: 79%
Vento: NNW a 3.11 K/H
Domenica
Piogge Sparse
14.44°C / 25°C
Lunedì
Temporali sparsi
17.22°C / 23.89°C
Martedì
Temporali
16.11°C / 24.44°C

di Piero Maroni

Piadina 6 Eh sì, i poeti sanno rendere nobili anche i lavori più umili, ad essere maligni si potrebbe obiettare che forse dipende dal fatto che non li hanno mai svolti, provate voi a pensare a quelle donne di campagna, a volte erano addirittura bambine che  per arrivare al tagliere erano costrette a salire su uno sgabello, e che tutte le sere, e diconsi tutte, verso il tramonto dovevano lasciare ogni altra attività per andare a fare la piada. E non erano due o tre, ma quindici-venti perché le famiglie erano numerose il companatico scarso, ma la fame bisognava togliersela.

E il companatico era un bene così prezioso che c’era anche chi era disposto a sacrificare il…sedere pur di preservarlo, come si racconta in questa favoletta che mi trascrisse una scolara dopo averla appresa dal nonno, durante i miei anni da maestro nelle scuole elementari.

LA  PIADA  E  LA  SALSICCIA

C’era una volta una vedova con due figlie entrambe fidanzate e , visto che suo fratello aveva ucciso il maiale, era andata a dargli una mano il giorno in cui lavoravano la carne. Per ringraziamento le avevano dato sei salsicciotti e quando fu a casa con le sue figlie, insieme pensarono di farsi una bella mangiata perché cibi così buoni si mangiavano ad ogni passata di papa. Non doveva saperlo nessuno, neanche i fidanzati perché sennò non bastava per tutti e così chiusero a chiave la porta e si misero a cuocere la salsiccia sulla graticola e a fare la piadina. Erano ancora intente al lavoro che arrivarono i due fidanzati e nel vedere la porta chiusa a chiave venne loro un sospetto e cominciarono a spiare dal buco della serratura.

“GUARDA, GUARDA QUELLE GOLOSE, PENSANO SOLO PER SÈ...”.

Disse uno.

“LASCIA FARE A ME E VEDRAI COME ROVINO LORO LA FESTA!”.

Riprese l’altro.

 Le lasciarono terminare e quando tutto era cotto a puntino e le tre donne si erano sedute a tavola, bussarono energicamente alla porta. Intanto che la madre andava lentamente ad aprire perché aveva intuito chi bussava per entrare, le figlie fecero sparire il cibo, una prese la salsiccia calda e se la infilò nel reggiseno, l’altra adagiò la piada su una sedia e le si mise seduta sopra come se niente fosse. Il tempo passava ma i due fidanzati non dicevano mai di andarsi a casa, allora la madre spalancò la porta e con lo sguardo rivolto al cielo, disse a voce alta:

“CHE BEL CIEL SERENO E CHE BELLA LUNA C’È

 PER ANDARSI A CASA CHI A CASA SUA NON È.

 SE FOSSI IO IN CASA D’ALTRI, COME ALTRI IN CASA MIA,

 DIREI QUALCHE VOLTA CHE È  BEN ORA DI ANDAR VIA!”.

E un fidanzato all’altro:

“SENTI, SENTI, COMPAGNO MIA COME BEN DICE AL CIEL SERENO

PUR DI MANGIARSI LA SALSICCIA CHE SUA FIGLIA TIENE IN SENO!”.

E l’altro:

“POCO ME NE IMPORTA E POCO ME NE CURO

SE LA PIADINA LE SCOTTA IL CULO!”.

  Per chi volesse cimentarsi col dialetto romagnolo, se ne riporta la versione originale.

                                      LA  PIDA  E  LA  SUNZEZA  

  U j era una volta una vèdva sa dò fioli tuddò murusaèdi e, vest che e’ su fradèl l’avòiva mazaè e’ bagòin, la j era andaèda a daèi 'na maèna e' dè ch’il smitòiva. Par ringraziamòint i j avòiva daè sì budilòin ‘d sunzeza e quant ch’la fot a caèsa sal su fioli, insen al panset ad faès una bèla magneda parchè ròbi acsè boni as magneva ad ògni pasaèda ‘d paèpa. Un l’avòiva da savòi niseun, gnenca i mureus che sinò l’an bastaèva par tot  e acsè a gl’j inciavet la porta e as mitet a cus la sunzeza sla gardèla e a faè la pida.

  Agl’j era ancòura drì me’ lavour ch’l’arivet i du mureus che 't e’ vdòi la porta ceusa u j avnet un suspèt e i cminzet a guardaè da e’ beus dla ceva.

“GUERDA, GUERDA CAL LÒVI, A GL J'A PENSA SNÒ  PAR SÈ…”.

  E get eun.

“LASA FAÈ MU MÈ CHE T'AVDRÉ  CMÈ CH'A J ARVÒIN LA FÈSTA!”.

  E det sò clèlt.

  I li laset finoi e quant che tot l’era còt a puntòin e al trè dòni al s’era mesi disdòi ma la tèvla, i buset ma la porta s’un gran scatramaz.

  Intaènt che la ma la j andeva 'd arvoi, al fioli al faset sparoi e’ magné, ona la ciapet la sunzeza caèlda e la s’la infilet 't e’ regipèt, claèlta la puzet la pida sla scarana e la si mitet disdòi sòura cmè se gnent e foss.

 E’ temp e pasèva mo i du mureus in giòiva mai d’andaès a caèsa, alòura la ma la spalanchet la porta e s' j occ puntì me' zil, la get a vousa aèlta:

  “CHE BEL CIEL SERENO E CHE BELLA LUNA C’È

  PER  ANDARSI A CASA CHI  A CASA SUA NON È .

  SE FOSSI IO IN CASA D’ALTRI, COME  ALTRI IN CASA MIA,

  DIREI QUALCHE VOLTA CHE È BEN ORA DI ANDAR VIA!”.

E un murous ma clèlt:

        “SENTI, SENTI, COMPAGNO MIO COME BEN DICE AL CIEL SERENO

         PUR DI MANGIARSI LA SALSICCIA CHE SUA FIGLIA TIENE IN SENO!”.

E clèlt:

        “POCO ME NE IMPORTA E POCO ME NE CURO

         SE LA PIADINA LE SCOTTA IL CULO!”.

(Raccolta nel nostro territorio e liberamente adattata al dialetto sammaurese)

  Nei luoghi della mia infanzia c’era una famiglia contadina presso la cui stalla andavamo nelle sere di neve e gelo a svernare al tepore delle bestie per risparmiare la legna e la cosa che mi faceva un certo senso era vedere gli uomini della casa che prima di coricarsi si facevano un cunsòun (cassone, traduzione piuttosto forzata) con i quadretti di piada rimasti dalla cena, su uno dei quadretti vi stendevano i maltagliati coi fagioli rimasti dal pranzo e con l'altro si copriva il tutto.

  In campagna non c’era sera che non si preparasse la piada, il pane invece lo si faceva ogni sette-otto giorni, lo si andava a preparare e  cuocere nei forni del paese, si conservava nella madia  in un sacco bianco di stoffa e si consumava soprattutto a pranzo o a colazione, se non era rimasta la piada dalla sera che nel caffellatte era una ghiottoneria e per tanti era la preferita. E quando il pane diventava così secco che i denti non lo masticavano, lo si utilizzava per fare delle minestre economiche: e' pancòt (il pancotto), la sopa (la zuppa) e la stuvaèda (traduzione sconosciuta e forse inesistente).

(Continua)

 

Pin It