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Con questa prima uscita diamo vita a nuova serie di articoli a firma di Piero Maroni dedicati al prodotto simbolo della nostra terra: la piadina. Un tempo pane povero, oggi è il prodotto d’eccellenza che ci contraddistingue nel mondo. Buona lettura a tutti. (ff)

1^ puntata: L'origine antica

  PiadinaLa piada o piadina in italiano, la pida, come diciamo noi in dialetto locale, la pieda, come si chiama nel riminese, la piè, come si dice nella parlata forlivese e ravennate, ha una storia che si perde nella notte dei tempi, se ne conoscono varie attribuzioni, c’è chi fa risalire questo alimento addirittura al tempo della vita sulle palafitte, circa 1200 anni prima di Cristo, quando si mangiavano focacce cotte su una piastra arroventata e si hanno notizie di questo pane azzimo, senza lieviti cioè, presso gli Etruschi che poi lo insegnarono ai Romani che lo cuocevano su un testo di coccio.

  La letteratura classica greca e latina, nonché la Bibbia, è assai ricca di testimonianze riguardo a queste focacce che per il loro basso costo, la rapidità di confezione e la facilità di conservazione, rappresentavano un’ottima soluzione nei diversi momenti di difficoltà.

  Si racconta nell’Eneide virgiliana che Enea giunto in un bosco nei pressi del fiume Tevere, decide di fermarsi e, stanchi e affamati, i naviganti, si apprestano a consumare un frugale pranzo stendendo delle focacce sull’erba, che venivano usate come veri e propri piatti su cui appoggiare i cibi da consumare. Terminato però il pasto e non sedata la fame, allora si mangiano anche i piatti ed è in questa occasione che a Enea viene in mente che suo padre Anchise gli aveva predetto che quando si sarebbero mangiate anche le mense, quello era il posto giusto per fondare una nuova città.

  In uno dei primi numeri della rivista la Piè, il forlivese Tito Gironi traduce questo passo in dialetto romagnolo che ho adattato al dialetto sammaurese:

  • Enea, e’ su bèl fiol e i pezz piò gross,
    is stòugla ma l’òmbra d’una gròsa pienta
    e j arves la ligaza dla su claziòun,
    e, par daè mòint mi cmand de’ su Signòur,
    i la stend sòura dal pidi ‘d fiòur ‘d faròina
    stòisi matèra cmè una tvaja, sòura l’erba,
    e i dà ‘d zòunta sa dal mòili saibadghi.
    Sganasaè che po’ ‘d ròba, da la faèna,
    che i la j avdòiva rapaè sò mi meur
    cio, i chin daè ‘d mors at che paèn stil
    e metji al maèni sòura e faè di bcheun
    ad cla cròsta tònda sgneda da la sorta,
    e ingulaè ‘d gost tott i quadrett.
    - O burdell la va maèl – e dois e’ znin -
    as magnem ènca la taèvla – e piò u n’arfiadet.
 
  • Enea, il suo bel figlio e i capi,
    si siedono all’ombra di una grande pianta
    e aprono il fagotto della loro colazione,
    e, obbedendo ai voleri del loro Dio,
    la stendono su piade di fior di farina
    stese come tovaglia sopra l’erba,
    e aggiungono mele selvatiche.
    Divorata quel po’ di roba, per la fame
    che la vedevano salire su per i muri,
    ohi, sono spinti a mangiare quel pane sottile
    e prenderlo con le mani e fare bocconi
    di quella crosta tonda segnata dal destino
    e mandar giù di gusto tutti i quadretti.
    - Va male ragazzi – dice il piccolo (Iulo) -
    ci mangiamo anche la tavola – e più non parlò.

L’invenzione del pane lievitato non soppiantò affatto l’uso di questi pani azzimi e schiacciati e continuò ad essere usato soprattutto presso i ceti meno abbienti e, siccome la gente povera non era neanche istruita, non ci sono giunti testi scritti circa l’evoluzione della piada, per cui non è facile comprendere il perché questo alimento si sia così fortemente radicato in Romagna, e solo in Romagna, e come vi sia stato introdotto.

  Anni fa, un esperto di storia romagnola parlando in una conferenza alla sala Gramsci raccontò di avere tenuto una relazione in un paese dell’imolese ai presunti confini della Romagna ed uno dei presenti gli domandò se la loro cittadina era da considerarsi romagnola o no. Chiese a sua volta il relatore: “Voi qui la fate la piadina?”.  Alla risposta affermativa, concluse affermando: “Allora non ci sono dubbi, siete romagnoli, perché dove si fa la piada è Romagna!”.

  In effetti se consideriamo l’area geografica in cui si fa la piada, constatiamo che è assente, come abitudine alimentare, nei comuni collinari sopra Forlì (Premilcuore, Santa Sofia, Bagno, ecc…) che prima dell’avvento di Mussolini appartenevano alla Toscana, mentre è presente nel Montefeltro (Novafeltria, Perticara, San Leo, ecc…) amministrativamente sotto le Marche, ma di storia e costumi romagnoli tanto che da qualche anno con un referendum popolare sono ritornati nella nostra Regione.

 Venendo da Bologna, la prima cittadina a segnare il confine con l’Emilia è Dozza, ebbene è anche il primo comune dove compare la piadina.

 Si può tentare una spiegazione riandando ai tempi delle invasioni barbariche e soprattutto al periodo in cui, con capitale a Ravenna, vennero qui a stanziarsi i Bizantini, (ipotesi peraltro scartata da alcuni), che come è noto, provenivano da Costantinopoli, l’odierna Istanbul, ebbene se si va in quella città turca si incontreranno donne che fanno la piada e i cassoni del tutto simili ai nostri. 

 La prima notizia certa sulla presenza della piada in Romagna risale al 1371, quando il Cardinal Anglico nella “Descriptio Romandiolae”, considerata la massima fonte di informazione sul territorio romagnolo per il periodo medievale, ne scrive addirittura la ricetta: "Si fa con farina di grano intrisa d'acqua e condita con sale. Si può impastare anche con il latte e condire con un po' di strutto".

 

(Continua)

 

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