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Santantonio Abate  È una festa che ha radici antiche, ma più antica ancora è la figura del santo che oggi è rappresentata col maiale accanto e recante al collo una campanella. C’è una corrente di pensiero che vuole che in questo animale si vogliano significare le tentazioni vinte che il demonio gli mandava per sconfiggere la sua fede quando si era ritirato nel deserto  a vivere la vita dell’eremita.

 La credenza popolare invece volle vedere nel maiale l’amico fedele per cui, per estensione, si volle sant’Antonio quale protettore di tutti gli animali. In realtà, forse, la tradizione deriva dal fatto che l’ordine degli Antoniani aveva ottenuto nel medioevo il permesso di allevare animali all’interno dei centri abitati, poiché il loro grasso veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal cosiddetto “fuoco di sant’Antonio”, scientificamente denominato Herpes Zoster.

  I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella per essere facilmente riconosciuti.

  Antonio abate è uno dei più illustri eremiti della storia della chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant’Atanasio, che contribuì a farne conoscere l’esempio in tutta la chiesa.

  Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea.

 Nell’iconografia è raffigurato in vari modi, circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici come il maiale, di cui è popolare protettore.

  Oggigiorno, durante la messa in occasione della sua festività, in chiesa viene distribuito ai fedeli un pezzo di pane e, solitamente nel pomeriggio, c’è la benedizione degli animali, di tutti gli animali, anche se nei tempi passati per molti il gatto, soprattutto se di pelo nero, doveva essere escluso in quanto imparentato col demonio.  

  La benedizione oltre che agli animali si estende pure alle stalle, che vengono poste sotto la protezione del santo, tanto che la sua immagine è sempre stata appesa alle porte o alle pareti dei luoghi in cui ricoverare gli animali.

  Se ci si sofferma sulla benedizione degli animali, che da secoli è associata alla festa di Sant’Antonio, si può osservare come questa, negli anni, abbia cambiato forma ed intenti: un tempo ad essere benedetti erano gli animali da reddito: mucche, pecore, maiali ed asini, mentre ora sui sagrati delle tante chiese d’Italia, il 17 gennaio di ogni anno, è possibile scorgere in gran parte cani, gatti e qualche uccellino, cioè i cosiddetti animali da compagnia.

  Questa mutazione è avvenuta perché prima gli animali erano benedetti in quanto, direttamente od indirettamente (attraverso le loro carni, il latte o la lana) producevano reddito ai proprietari, ora lo sono in quanto esseri viventi, soggetti e non oggetti, con un proprio diritto al benessere ed al rispetto.

  Alla Torre di San Mauro Pascoli la festa ha origini abbastanza antiche, prima dell’ultima guerra durante il giorno si disputavano corse di cavalli e sempre si chiudeva con un veglione durante il quale si ballava sino all’alba coi balli del tempo: la furlana, il salterello, il trescone,...Questa festa, ripresa sotto forma di ballo popolare nell’immediato dopoguerra nei saloni del palazzo della Torre a cura dell'allora Partito Comunista, saloni che ancora recavano i segni dei passati bombardamenti e per riscaldare i partecipanti si offriva loro vin brulè e castagne secche (i cuciarul), è stata sospesa nei primi anni 50 e solo recentemente è stata ripristinata e abbinata a “La fèsta de’ bagòin” (La festa del maiale), per cui da una parte si benedicono gli animali e da un’altra si gozzoviglia con le loro carni, in particolare dell’animale di cui si è sempre detto che sant’Antonio si era di lui innamorato.

UNA POESIA DI MINO GIOVAGNOLI (DIALETTO SAMMAURESE)

  • Santantoni

  • Par la fèsta ad Santantoni

    la piaza la s’impinoiva ad bes-ci.

    Chen ad tott al razi,

    pigri, chèvri, galòini e prinfena i gat.

    Mè a purtèva du pizeun t’un gavagnin,

    s’un nastar ròss.

    Ricco un canèstar ad pulsinin.

    Finfo e bagòin Pasqualino,

    cl’era cmè un cris-cen.

    Puci tott i su meul e i su sumar.

    Da la tòra l’avnoiva piò ad zent staleun!

    E t’e piò bell dla fèsta quand Don Claudio

    u s’afazèva sla porta dla cisa

    par benedoi tott chi animeli

    s’i scvezz dl’acqua sènta,

    l’ariveva ad galòp Fausto d’Augusto

    sla su cavala bienca,

    stoi da cavalerezz e la mantèla

    zala m’e vent, par mustrè m’al ragazi

    i su bafeun longh e j occ s’e nir de dieval.

  • Santantonio

  • Per la festa di Santantonio

    la piazza si riempiva di bestie.

    Cani di tutte le razze,

    pecore, capre, galline e persino i gatti.

    Io portavo due piccioni in un panierino,

    con un nastro rosso.

    Enrico un cestello di pulcini.

    Giovagnoli il maiale Pasqualino,

    che era come un cristiano.

    Puci tutti i suoi muli e i suoi somari.

    Dalla torre venivano più di cento  stalloni

    e nel più bello della festa quando Don Claudio

    si affacciava sulla porta della chiesa

    per benedire tutti quegli animali

    con gli spruzzi dell’acqua santa

    arrivava al galoppo Fausto di Augusto

    con la sua cavalla bianca,

    vestito da cavallerizzo e il mantello

    giallo al vento, per mostrare alle ragazze

    i suoi baffoni lunghi e gli occhi col nero del diavolo.

Santantoni da la baèrba bienca s’un piov, la nòiva l’an maènca.       

Sant’Antonio dalla barba bianca se non piove, la neve non manca.

Santantoni da la baèrba bienca s’un la j à, u s’la fa.

Sant’Antonio dalla barba bianca se non ce l’ha, se la fa.

Santantoni da la baèrba bienca, s’un la j à, poch u j a maènca.

Sant’Antonio dalla barba bianca, se non ce l’ha, poco ci manca.

Par Santantoni Abaèt i dè i s' slonga un'òura e un quaèrt.
Per Sant'Antonio Abate i giorni si allungano un'ora e un quarto.

Un modo di dire e una curiosa storiella:

Tròpa graèzia Santantoni!” (Troppa grazia sant'Antonio)

Questo detto, diffuso un po' ovunque, viene usato quando un risultato viene ad essere superiore alle più rosee aspettative e si dice abbia avuto origine da questo curioso episodio.

  Un commerciante, dopo aver molto sofferto per conquistare una sua fetta di mercato, si era finalmente arricchito ed ora si voleva godere i piaceri della vita così come facevano i signori e per prima cosa pensò che doveva imparare ad andare a cavallo. Era però di bassa statura e, malgrado i tanti tentativi non riusciva a montare in groppa all’animale, rivolse allora una preghiera a sant'Antonio, invocandone l’aiuto. Convinto della benedizione del santo, spiccò un nuovo balzo mettendoci tutta la forza che aveva in corpo e l'energia fu tanta che scavalcò la groppa del cavallo finendo però per cadere a terra dall’altra parte; fu allora che si rivolse al santo con l' esclamazione riportata che da allora divenne proverbiale.

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