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di Piero Maroni

VecchiaMarzo è mese dedicato a Marte, divinità dall’umore instabile ed irascibile e non a caso, visto che era il Dio della guerra. Il suo brutto carattere venne riconosciuto dagli umani sin dall’antichità, soprattutto dal punto di vista meteorologico; pur mostrando netti segni di fine inverno con fiori e germogli, giornate calde, uccellini intenti alla fabbricazione del nido e risveglio della Natura in genere, l’esperienza contadina sa che di lui occorre sempre diffidare perché, come dice il proverbio: “Al principio, a metà o alla fine, sempre Marzo versa il suo veleno” con freddi improvvisi e dannosi che solitamente vengono definiti dai meteorologi “coda dell’Inverno”.

   Per queste caratteristiche è nata una leggenda di antica e incerta origine in quanto la si racconta in diverse versioni, a volte si parla di agnellini, altre di capretti, ma il senso non muta, questa che segue è una delle più diffuse.

C'era una volta una vecchia, che si guadagnava da vivere vendendo la lana e il latte del piccolo gregge che lei stessa curava.

Vedendo che era tornata la primavera, verso la fine di marzo, portò i suoi capretti, nati da poco, ai pascoli sfidando i capricci stagionali del mese: se pioveva al piano, lei li portava al monte e viceversa.

La sera del 28, quando marzo era alla fine perché allora era un mese di 28 giorni, ebbe l'imprudenza di esclamare: "Hai finito, caro Marzo, di fare il matto, non me li farai più morire i miei capretti, oramai han spuntato le corna!”.

Marzo, già irritato per la furbizia con cui la Vecchia era riuscita ad eludere le sue tempeste e offeso per questa sfida, si adirò a tal punto da chiedere e ottenere da Aprile tre giorni in prestito in modo da scatenare la sua cattiveria con neve, gelo e vento.

Nel mondo era sceso un freddo polare e si seccarono le erbe e i germogli già spuntati nei prati, ghiacciarono i petali dei fiori degli alberi da frutto e il vento e la pioggia spazzarono via i piccoli nidi in costruzione, così che la Vecchia per proteggere i suoi capretti dovette rinchiuderli di nuovo nella stalla accendendo il forno del pane perché si scaldassero, ma lasciandovi imprudentemente la portella aperta.

Qualche ora dopo Marzo bussò alla casa della vecchia e le domandò ghignando: "Come se la passa il tuo gregge sui pascoli con questa stagione, più brutta di tutto l'inverno passato?".

“Come se la passano? Magnificamente come se ci trovassimo nella canicola!” Rispose la vecchia. E spalancò trionfante la porta della stalla. Ma lo spettacolo la agghiacciò mentre Marzo rideva sotto i baffi: “Troi ch'a n’ò, troi ch'u mi prèsta avroil, i tu cavrin a ti farò muroi.” (Tre che non ho, tre che mi presta aprile, i tuoi capretti te li farò morire).

I capretti infreddoliti erano, infatti, entrati nel forno attratti dal calduccio ed erano morti stecchiti digrignando i denti a causa dell'eccessivo calore.     

E perciò gli ultimi tre giorni di marzo vengono chiamati "I Giorni della Vecchia” (I dè dla vècia), simbolo dell'inverno morente con gli ultimi freddi.

Ma sono anche detti "I giorni prestati" (I dè impristé): giorni difficili durante i quali possono tornare il freddo, la pioggia e persino la neve.

Proverbi

Dè impristé, o noval o bagné"
Giorni prestati o nuvolosi o bagnati.

Se piov i dè impristé, e piov ènca l’insté.

Se piove nei giorni prestati, piove anche d’estate.

Se piov i dè impristé, pienta i fasul e de' furmantòun e ta n’avré.
Se piove nei giorni prestati, pianta i fagioli e il granoturco e ne avrai.

I dè impristé  j insegna me’ cuntadòin quèl ch’la da faè.
I giorni prestati insegnano al contadino quel che deve fare.

Se t de mòint ai dè impristé, i t’insegna ‘d lavuraè.
Se dai retta ai giorni prestati, ti insegnano a lavorare.

Tin dri mi dè impristé, che una bona nova i t’ pò daè, i t’po’ daè una nova bèla, ad quèl ch’la da faè la tèra.
Osserva i giorni prestati, che una buona notizia ti possono dare, ti possono dare una notizia bella, di quello che starà per fare la terra.

Se la Vècia la pèsca, u j è e' graèn e l'èsca
Se la Vecchia è immersa nell'acqua, ci sono il grano e il becchime.

Maèrz l'è pin ad duleur, avroil l'è pin ad fieur.
Marzo è pieno di dolori, aprile è pieno di fiori.

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