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di Piero Maroni

fuochiLa Romagna è una terra storicamente votata all’agricoltura che come si sa è assai soggetta alle avversità meteorologiche. Così la tradizione contadina del passato voleva che per scongiurare la malasorte venissero praticati dei riti propiziatori, come i fuochi che presero nome: “Lom a Maèrz” (Lume a Marzo).

Si noterà immediatamente che la parola “Lom” non è pertinente al dialetto di San Mauro, da noi si sarebbe detto “Leun”, la diversa definizione è riferibile al fatto che questa tradizione era molto più sentita e diffusa nel forlivese e ravennate, mentre nelle nostre campagne, dove fra l'altro non si parlava il dialetto sammaurese che era limitato al solo nucleo paesano, era praticata in forma assai blanda e sporadica.

Laddove invece era divenuto un rito usuale, c’era l’intento di evocare quelle forze magiche da cui si pensava dipendesse il buon esito del raccolto, elemento fondamentale per garantire la sopravvivenza di tutta la comunità.

La primavera viene il 21 marzo, ma per i contadini una volta arrivava già ai primi di marzo: in quella data non c’era più bisogno di scaldare il letto e già si cominciava ad andare scalzi. Il fuoco è sempre stato un forte simbolo di rinascita e le grandi focarine si facevano per svegliare la vita della campagna dopo il lungo letargo invernale e per placare marzo pazzerello.

Le focarine erano un avvenimento che coinvolgeva tutti, si ammucchiavano sterpaglie e resti di potature, ogni cosa era buona per quelle sere e attorno ai falò si ballava e si cantavano ritornelli che auspicavano il buon raccolto.

I fuochi duravano per ore e ore, anche l’intera notte, mentre uomini, donne e bambini si radunavano lì attorno per scaldarsi e fare lume a marzo, ovvero illuminare il mese che veniva, auspicando portasse la primavera e tutto ciò che comportava.

I falò di marzo in origine sancivano probabilmente un capodanno della natura, la fine dell’anno vecchio e l’avvento di quello nuovo e bruciavano così il tempo passato ormai infruttifero, salutando la nuova stagione: infatti nell’Antica Roma e presso altre popolazioni antiche, l’anno cominciava il primo marzo.

L’accensione dei falò avveniva all’imbrunire nei giorni dal 26 febbraio (dal 27 se il mese aveva 29 giorni) al 3 marzo, nel tempo cioè di passaggio fra l’inverno e la bella stagione e intendeva invocare un’annata favorevole per il raccolto nei campi, ricacciando nel contempo il freddo e i rigori dell’inverno. Il significato era di incoraggiare e salutare l’arrivo della bella stagione bruciando i rami secchi, i resti delle potature, ma anche fascine e sarmenti.

Per gli antichi la primavera significava liberarsi dal gelo dell’inverno e riscoprire la speranza di avere una buona annata (specialmente agricola). Per questo bruciavano la malasorte e il maligno, quasi che fossero intrappolati nelle sterpaglie e nei residui della potatura che andavano a costituire il grande fuoco nominato appunto “Lom a Maèrz”.

In definitiva si può senz'altro ritenere che il fine ultimo di questi fuochi fosse di evocare l’eterno ciclo di Morte e Rinascita, sul quale poggia l’intero Universo. Si continua a sperare che dopo ogni possibile inverno, dopo ogni gelata della terra o dell'umana esistenza, seguiranno sempre il tepore, i doni della primavera ed un ritorno, quindi, ad una vita migliore.

Per questa occasione ci si radunava nelle aie, si intonavano canti e si danzava attorno ai fuochi, mangiando, bevendo e recitando questa formula propiziatoria: “Lom, lom a maèrz, una spoiga faza un baèrch, un baèrch un barcarol, una spoiga un quartirol, un baèrch una barchèta, tri quatròin una malèta.” (Lume, lume a marzo, una spiga faccia una bica, una bica un barcarolo, una spiga una quartirolo, una bica una bichetta, tre quattrini una sacchetta)*.

*Bica= Barco (L'ammasso  nell'aia delle cove di grano)
*Barcarolo (Colui che costruisce il barco)
*Quartirolo (Antica unità di misura dei cereali)

Così scriveva l'arciprete di Bagnolo, piccola frazione del comune di Forlì nel 1811 al prefetto napoleonico: “A marzo per sei sere non interrotte – tre avanti cioè e tre dopo – gli fanno lume, dando fuoco a poca legna in piccola distanza della casa. Credono queste mese, infausto e per renderlo propizio gli usano questa cerimonia. In quei sei giorni che fanno lume a marzo, non usano potar viti, perché dicono essi aver osservato e sempre sentito dire dai suoi nonni, che fanno pochissima uva le viti potate in dette giornate. I lavori della campagna, come tagliar legna, potar viti, procurano di farli a buona luna, lusingandosi che la luna possa influire.

La tradizione di fare “Lom a maèrz” si è protratta con una certa intensità fino agli anni 30, qualche episodio lo si è verificato fino ai primi anni 50 nelle nostre campagne per poi scomparire definitivamente. Attualmente nel ravennate si sta cercando di rinnovare la tradizione con adeguate iniziative, ma, come avviene in alcuni casi, seppur il pubblico gradisce, la manifestazione non ha niente a che fare con l'antica ispirazione.

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