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di Piero Maroni

Giulio Tognacci nel suo volume Ricordi pascoliani (Garattoni, Rimini, 1955) ci racconta la visita del poeta a San Mauro:

Giovanni Pascoli cappelloIl 21 novembre del 1910 mi recai a Bologna da Giovanni Pascoli, a prendere accordi per la commemorazione di Garibaldi a San Mauro. Mi ricevette con effusione; mi chiese notizie dei buoni amici di San Mauro […].  Ad un certo punto, esclamò nello schietto dialetto paesano: “Set, ò insugné stanota ca zugheva a brescla tl’ustarì ad Gnana…”. Per la cerimonia fissò: “Commemorazione al mattino alle ore dieci, perché parlare a pancia piena non va bene. Il banchetto verso le ore tredici; ma roba democratica: macaròun, brasuleti e vein ti buchel veird: un brendis soul, sec cmè una s-ciuptèda”. 

  Alle ore 10 dell’11 dicembre 1910, in piazza Giorgi, il popolo di San Mauro con a capo le autorità, attese il Poeta che arrivò in carrozza dalla vicina stazione di Savignano. All’ingresso del paese fu salutato dal suono degli inni patriottici del bravo Concerto Bandistico diretto dall’esimio maestro Secondo Domenichelli e dagli applausi della intera cittadinanza. I fanciulli delle scuole elementari, accompagnati dai loro egregi insegnanti, fecero corona alla carrozza, gettando a piene mani fiori colti nel giardino della sua Casa. Fu una gara di gentilezze; tutti chiamavano Zvanì coll’intima tenerezza colla quale soleva chiamarlo la mamma, con amore immenso come l’infinito. 

  La popolazione era tutta sulla piazza e sulle vie, tumultuante e lucente di adorazione. Egli salutava, sorridendo, visibilmente commosso della grandiosa dimostrazione. Al banchetto, tenuto nel Teatro Comunale, oltre gli on. Baldi e on. Loero, parteciparono molti sammauresi. Invece di un solo brindisi, fu un succedersi di brevi discorsi, che acceso i cuori alle luci del passato, alla speranza dell’avvenire. Alle ore 15, nel Salone del Palazzo Comunale, presenti illustri uomini di Romagna e numeroso popolo, il Poeta lesse il discorso. Dopo l’alata evocazione, il popolo fremente ed entusiasta, si riversò sulla piazza maggiore, plaudendo e chiamando Zvanì al balcone. Il Sindaco gli espresse il desiderio del popolo acclamante ed egli nel rude dialetto rispose: “Ja da vdài un bel quel!...”.

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