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di Filippo Fabbri

Pollini BrunoA San Mauro dovrebbero mettere una targa fuori da casa sua e scriverci: “qui abita colui che fece piangere il Cesena il 19 maggio 1957”. L’abitazione è quella di Bruno Pollini (nella foto), la gara l’ultima di un campionato già vinto dal Cesena in Promozione. Il campo è il mitico di via Veneto, il fortino che non c’è più sostituito dal Macrelli, storico campetto che dista neanche 100 metri da dove abita ancora oggi Pollini. Il Cesena di Renatone Lucchi arriva a San Mauro da vincitore della stagione, se ne torna a casa con le ossa rotte sconfitto 5-2. Tre gol li fece Bruno Pollini. Quella fu l’ultima partita ufficiale nella patria del Pascoli tra le due squadre, prima del match del 19 gennaio scorso.

“Ricordo bene quella gara, soprattutto la rabbia di Lucchi. Era imbufalito con i suoi giocatori. Malgrado avessero vinto il campionato, non digeriva una debacle così netta. Il Cesena era più forte, commise l’errore di giocare con sufficienza”.

Lei ne fece tre.
“In realtà fece più notizia la rete di Macrelli IV: non segnava neanche a porta vuota. Quella volta si vede che doveva andare così”.

Il campo era quello di via Veneto.
“Praticamente la mia seconda casa. In quegli anni quasi non ci si allenava, ma siccome eravamo sempre lì a giocare, era come allenarsi tutti i giorni. Avevamo fatto un buco nella rete, dopo pranzo tutti dietro un pallone. La domenica durante le partite veniva transennato per fare pagare il biglietto”.

Era la sua prima stagione tra i grandi nella Sammaurese.
“Ero stato in collegio a Lugo fino a 13 anni, una volta tornato ho fatto la trafila delle giovanili, settore seguito da Manlio Manzi”.

Il Cesena come arriva?
“Da un accordo tra Dino Manuzzi, non ancora nella società bianconera ma grande appassionato di calcio, e Filiberto Ricci presidente della Sammaurese”.

Come si svolse?
“I due erano in affari. Manuzzi, imprenditore ortofrutticolo, per allargare gli affari cercava un magazzino frigorifero, Ricci glie diede il suo a Rimini. In quest’operazione fu inserito il mio trasferimento con la cessione di metà del cartellino al Cesena direttamente a Manuzzi”.

Vicenda rocambolesca letta con gli occhi di oggi.
“Decisamente, ma erano altri tempi”.

E così nella stagione 1957/58 va a Cesena.
“All’inizio non fu semplice, i ritmi di lavoro erano diversi, quattro allenamenti alla settimana. In genere poi saltavo la preparazione perché facevo il barista a Bellaria”.

Oltre a essere stato il primo acquisto di Manuzzi è stato anche il primo a segnare alla Fiorita.
“Ottobre 1957, contro il Sassuolo, finì in pareggio”.

Stagione 1959/60 il Cesena sale in serie C.
“E’ stata la stagione migliore in bianconero. Ricordo che la società ci regalò una medaglietta d’oro (la porta ancora al collo, nda), consegnata in una festa in un cinema”.

Lei ebbe qualcosa di più da Manuzzi…
“Una macchina. Avevo una 600, lui una 850 che voleva cambiare. E così la diede a me, in cambio della mia 600 che poi ha venduto. Manuzzi è sempre stato un grande affarista”.

Negli anni a Cesena le arrivano i complimenti di un grande del calcio.
“Era la partita tra una rappresentativa romagnola e la Juventus. Del Cesena c’eravamo io e Ronconi. Al termine della partita viene Omar Sivori e mi dice: ‘Ma come fa un giocatore così a giocare in una squadretta di provincia’. Francamente non me l’aspettavo”.

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