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di Gianfranco Miro Gori

razzismoIl 3 febbraio scorso abbiamo raccontato, in questa rubrica, il razzismo del ventennio fascista congenito al regime (da quello contro i neri a quello contro gli ebrei). Dagli anni Venti, Trenta e Quaranta molto tempo è passato. Gli scienziati hanno dimostrato che le razze non esistono. Sono state un parto malato del lato oscuro della mente umana. Ma molti uomini e donne ancora non se ne danno per inteso: a partire dalla militante di Forza nuova, che si è presentata l'anno scorso a Predappio, con la maglietta recante la scritta Auschwitzland, e che è stata giustamente condannata - notizia di questi giorni.

E che dire del bambino nero messo contro un muro dal suo insegnante, del ragazzino egiziano tormentato da bulli fascistoidi, del giovane senegalese minacciato? Appartenenti a una lunga lista che potrebbe continuare: questi sono solo i fatti più recenti. C'è ben poco da dire. Il razzismo si sta manifestando nelle sue forme odiose. Il fatto è confermato – come ci spiega Liana Milella su “La Repubblica” del 1° marzo – anche dai rapporti dei servizi segreti. Ciò nonostante c'è chi tende a minimizzare. Chi tende a dire che sono piccoli segnali di nessuna importanza. Non è vero. Il clima è dei peggiori. L'odio e l'intolleranza stanno crescendo, anche perché fomentati.

Bisogna fermare subito questa deriva, perché poi alla fine si rischia di non essere più in tempo. Come è già successo. La si ferma con l'educazione e con l'applicazione rigorosa delle leggi, a partire da quelle che recano il nome di Scelba e Mancino. Peccato non sia stata approvata, ai tempi del governo di centrosinistra, la proposta di legge Fiano che stringeva ulteriormente le viti. Peccato infine che - grave colpa della sinistra - non sia stata varata la legge sullo ius soli che era diventata più o meno uno ius culturae. Perché adesso non sarà approvata di certo. Il che è ingiusto. È ingiusto non dare la cittadinanza italiana a bambini che sono nati qua, vanno a scuola e giocano coi nostri nipoti e figli, a volte parlano addirittura il dialetto, sventolando il vessillo dello ius sanguinis che cela in sé il germe, per non andare troppo oltre, della disuguaglianza. Infatti secondo esso non si è cittadini per i propri meriti, le proprie capacità, la propria situazione sociale. No. Per il proprio sangue.

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