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di Gianfranco Miro Gori

ziba barbariE se avessimo sbagliato tutto? O quanto meno: se la convinzione pressoché unanime riguardo alla grande missione civilizzatrice universale dello Stato, nato dalla stanzialità e dall'agricoltura fondata sui cereali, non fosse proprio così salda, incontrovertibile? Se si trattasse, in fondo, di un magnifico cammino di progresso disegnato anche nelle nostre teste dall'idea e dall'istituzione dello Stato che è prevalsa (mitologia dell'origine divina del grano che ha indotto il nesso all'apparenza incontestabile tra cereali e civiltà)? Queste e altre domande vengono poste da un politologo e antropologo o forse meglio da uno storico che si avvale della scienza politica e dell'antropologia, James C. Scott, nel libro edito da Einaudi: Le origini della civiltà. Una controstoria.

A Scott e al suo libro, “La lettura”, settimanale del “Corriere della Sera”, del 28 ottobre scorso, dedica i due articoli di apertura, l'uno di Alessandro Vanoli, l'altro di Adriano Favole. Scott - ci viene spiegato - mette in discussione il luogo comune secondo il quale la fondazione dello Stato, che ebbe origine nei grandi regni agricoli, abbia significato un progresso incontrovertibile verso la civiltà, rispetto alla vita dei nomadi cacciatori-raccoglitori. Da una parte il mondo civile dall'altra i barbari (parola onomatopeica del greco antico che allude al balbettio che emetterebbe chiunque parla una lingua straniera, nel nostro caso ovviamente dal punto di vista dei greci). In realtà i popoli nomadi godevano spesso una vita migliore delle masse di contadini legate alla terra.

A tal proposito, rivelatore è il caso delle mura. Concepite, almeno secondo uno stereotipo, in termini difensiva rispetto ai succitati barbari. Ma a ben vedere, le mura non hanno solo una funzione rivolta all'esterno, bensì anche all'interno: impedire la fuga dei contadini, repressi, resi schiavi, vittime di una feroce fiscalità, colpiti da epidemie. Dunque non solo una difesa dai barbari che premono ai confini, ma pure una difesa dello Stato contro la forza lavoro sfruttata che lo sorregge.

E come non volgere il pensiero - in conclusione di questa sintesi della “Lettura” - al mondo attuale, attraversato da masse di migranti che sfuggono da Stati o vivono ai bordi degli stessi?

Un libro che racconta un'altra storia

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