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detroit 1964Qualcuno ha detto, molto giustamente e magari banalmente, che ogni film è anche un discorso sul periodo in cui è stato realizzato. Questa, che sembra la scoperta dell'acqua calda, è valida anche per il film storici che sotto la maschera del passato parlano sempre, pur se in maniera indiretta, allusiva, velata, del presente.

Kathryn Bigelow che è arrivata a farsi conoscere dal grande pubblico con l'eccellente Point Break (1991), di cui per altro è stato proposto di recente un remake, è presente nelle sale italiane con Detroit: un film storico, realizzato nel cinquantesimo anniversario dei violentissimi scontri - con decine di morti e un migliaio di feriti - dell'estate del 1967 tra la polizia e la comunità afroamerica di un quartiere di quella città. Nella vicenda non si possono non intravedere in filigrana i conflitti attuali negli Stati Uniti tra i neri e la polizia che pare accanirsi – in genere poliziotti bianchi – sugli afroamericani. Bigelow prosegue il suo originale percorso d'autrice che la porta a rappresentare le vicende della storia americana recente, non senza interrogarsi sul ruolo delle immagini come testimoni degli eventi.

Il film è diviso in due parti. La prima assai movimentata e prevalentemente all'aperto mostra il casus belli, per così dire, che scatena la rivolta. Un gruppo di neri festeggia, in un appartamento privato, un reduce del Vietnam - l'eco di un'altra guerra. La polizia irrompe. Sgombera il locale. E arresta i malcapitati. Il che dà il via agli scontri e ai saccheggi. La seconda parte del film si svolge in un hotel dove in un gruppo di poliziotti bianchi di Detroit con la contrastata connivenza della guardia nazionali, lì chiamata, compie feroci atti di tortura fino all'omicidio su un gruppo di neri e due ragazze bianche trovate con loro e trattate da prostitute. Si tratta, pur nelle differenze delle due parti, di un'opera assai compatta, che svela gli abusi del potere e le contraddizioni di una democrazia avanzata come quella statunitense, dove i conflitti razziali non sono ancora sopiti.

Gianfranco Miro Gori

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