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Nuova puntata con la rubrica di Rosita Boschetti, curatrice del Museo Casa Pascoli. La fotografia è una immagine inedita donata dalla famiglia Amaduzzi di San Mauro nell’ultimo film sul poeta. È l’immagine di Casa Pascoli ai primi '900, probabilmente con una scolaresca.

di Rosita Boschetti

casa Pascoli anticaNessuno più di Giovanni Pascoli sentiva la vitale necessità di sentirsi protetto, al sicuro, a casa. E oggi più che mai noi tutti siamo tenuti a stringerci virtualmente l'un l'altro e, paradossalmente, proprio mentre ci allontaniamo fisicamente gli uni dagli altri.

Il poeta di San Mauro era stato strappato ai suoi cari, alla sua casa, venduta a privati negli anni giovanili e quindi si era dovuto aggrappare al ricordo, alle emozioni e alla memoria sensoriale dell'infanzia, cercando di custodire tutto dentro di sé, anche quando si troverà lontano dalla Romagna.

Ecco, per il poeta la casa non rappresentava soltanto lo spazio fisico della sicurezza ma era soprattutto simbolo della sua identità, dell'appartenenza alle proprie origini, di quella spontaneità dei momenti più autentici in cui ritrovava se stesso.
Pascoli quindi ritorna a San Mauro continuamente con il ricordo, con il cuore, con la poesia e farà di tutto per preservare anche altrove questo suo sentimento inestinguibile.

Il suo mondo, evocato in modo straordinario nella sua produzione poetica, è fatto di sensazioni fuggevoli e misteriose, in cui la percezione di ogni cosa passa attraverso i sensi: colori, suoni, profumi, immagini improvvise e visioni che trasportano il lettore proprio in quel mondo magico percepito dal poeta.

I sapori e profumi della sua terra continueranno a riempire la quotidianità del poeta anche quando vivrà lontano: a Castelvecchio, nella casa toscana in cui Pascoli risiederà dal 1895 con la sorella Maria, la cucina rispecchia infatti fedelmente quella della casa di San Mauro, con utensili romagnoli come la teglia sulla quale egli cuoceva la piada, o il ferro per i passatelli.

Questo filo che unisce Pascoli alle origini e quindi alla sua casa e a tutto ciò che di quel periodo egli ricorda, non si spezzerà mai, perché protetto con cura e trasportato altrove; allo stesso modo del vaso di cedrina che il poeta portava con sè perché quel profumo così intenso gli ricordava la madre Caterina, egli a Castelvecchio - ma anche nelle altre città italiane in cui vive - vuole ritrovare quei sapori antichi così speciali per lui.

Ecco che allora lo vediamo impegnato a stendere la sfoglia per le tagliatelle, a chiedere continuamente agli amici di San Mauro prodotti romagnoli, o alla sorella Ida, già allontanatasi dai fratelli dopo le nozze, di inviargli quei deliziosi tortellini che faceva un tempo, quando vivevano insieme, tra Massa e Livorno.

Il poeta chiede all'amico sammaurese Pirozz (Pietro Guidi) di spedirgli del pesce fresco, sogliole e cefali, che dovrà far cucinare per fritti e brodetti alla maniera di Magnul, l'oste del borgo vecchio di Bellaria, dove spesso egli si recava con gli amici; chiede gli spippoli da cuocere allo spiedo o le anatrelle vallive, oltre a galletti da preparare alla cacciatora o arrosto, il tutto accompagnato da insalata dell'orto, patate lesse o dai ragazul, erbe di campagna da mangiare crude o cotte per farcire la piadina.

Nella cucina di Castelvecchio i sapori romagnoli ci sono tutti, la sfoglia, ad esempio, non manca mai sulla sua tavola, con tagliatelle al ragù, cucinate con un saporito sugo di carne magra e fegatini. Possiamo quasi immaginare di vedere il poeta nella sua cucina, intento a creare nuove prelibatezze, quando ad esempio unisce tra loro ingredienti diversi, come la mozzarella calabrese ricevuta dall'amico Luigi Siciliani, che viene fatta sciogliere su quadretti di piada adagiati sul testo caldo. E ancora, lo osserviamo mentre suggerisce all'amico milanese Bianchi un risotto più sicuro di quello allo zafferano, che a lui pareva quasi una preparazione alchimistica, inviandogli una sua ricetta in versi: il risotto "romagnolesco" di Mariù.

Un desiderio dunque mai sopito di ritrovare quei sapori di un tempo, di “rivivere” attraverso il gusto, quelle emozioni.

Ciò vale ancora di più col vino, sapore e profumo della terra. Un legame ancora più forte perchè i vitigni si coltivano, perchè Pascoli ha un progetto: quello di possedere un proprio tenimento vinicolo in cui piantare migliaia di maglioli di vino Sangiovese di Romagna; e ci riuscirà.

Un altro modo, insomma, per sentirsi a casa e per ritornare alla terra, proprio come il padre Ruggero che quotidianamente era a contatto con contadini e fattori, quando amministrava la Tenuta Torre di San Mauro. A tale proposito, è lo stesso poeta, nel 1905, ad ammettere con se stesso il processo d'identificazione con suo padre: L'anima di mio padre lavora dentro di me; sono diventato lui...

Ecco che allora partono, per Leopoldo Tosi, affittuario della Torre, lettere continue che sollecitano l'invio a Castelvecchio di barbatelle e maglioli, piante da frutta, piante ornamentali e melograni destinati a trasformare la Chiusa di Castelvecchio in un angolo di Romagna.

E ringraziando Tosi per le bottiglie di Champagne La Tour provenienti dalla Torre di San Mauro, Pascoli confessa che il giorno di festa in cui quelle bottiglie spumeggeranno nei calici sarà per lui uno dei rari giorni di letizia. Vinum laetificat cor hominum, questo il motto impresso sulle etichette del celebre Champagne La Tour, che coglieva in pieno la spensieratezza di quei preziosi momenti.

Anche noi ci auguriamo di poter al più presto festeggiare l'uscita da questo drammatico periodo che stiamo vivendo. #iorestoacasa #laculturanonsiferma

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