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di Rosita Boschetti

Pascoli alla TORRE 1897La corrispondenza fittissima con gli amici sammauresi, in particolare con Pietro Guidi, Leopoldo Tosi e Giuseppe Gori, consente di illuminare il rapporto di Pascoli con San Mauro e con la sua gente. Come espresso da Mario Marti nel suo intervento al convegno bolognese di Studi e problemi di critica testuale nel 1960, gli epistolari possono rivelarsi preziosi per la biografia di un autore:
Non c'è lettura più istruttiva di quella di un epistolario, per penetrare nel mondo vivo, vero e geloso di un autore, specialmente se le lettere sono scritte con effusione e senza veli. […] Vere e proprie storie di una vita, e storie di un'anima: schietta, immediata e totale epifania della personalità.

 

Le lettere a Pietro Guidi, segretario comunale a San Mauro, fraternamente chiamato Pirozz, abbracciano gli anni che vanno dal 1887 al 1911, poco prima della morte del poeta. L'amico è il confidente, colui che mantiene acceso questo legame con la sua terra, colui al quale svelare le sue inquietudini e i segreti da custodire, soprattutto nei confronti della sorella Mariù, alla quale teneva nascoste tante cose della sua vita che lei certamente non avrebbe approvato.

A differenza di Pascoli, la sorella non ritornava volentieri nel paese natio e la causa di questo può essere attribuita alla più completa mancanza di radici, di ricordi belli legati al passato. San Mauro per Maria rappresentava il dolore, l'abbandono, l'angoscia per una bambina di soli due anni che non aveva avuto il tempo di ricevere nulla di buono dall'infanzia.

Ecco perché Mariù aveva accompagnato una sola volta il fratello a San Mauro, non approvando l'atteggiamento benevolo che egli aveva nei confronti dei Sammauresi.

L'occasione del primo ritorno dei Pascoli a San Mauro, è il matrimonio di Emma Tosi, figlia dell'ingegnere e agronomo riminese Leopoldo Tosi, affittuario della Torre nonché, per un periodo, sindaco del paese; sin dal 1895, aveva avuto inizio quello scambio epistolare con cui Tosi elogiava il poeta anche a nome della stessa San Mauro «che si vanta di averle dato i natali ed ove la sua famiglia è sempre ricordata con affetto e rimpianto, i sensi della più alta ammirazione non che quelli di congratulazione e gratitudine che qui si nutre verso di Lei che tanto onora l'Italia e l'umile luogo nativo.»

La lettera aveva fatto breccia nel cuore del poeta. Come se non aspettasse altro se non una manifestazione di ammirazione e di affetto da parte dei suoi concittadini, già nella risposta Pascoli si lasciava trasportare dall'emozione, così come farà spesso nei confronti degli amici:
Ill.mo Signor Sindaco,
la mia vita numera già molti dolori e poche gioie. Tra queste è grande così da cancellare molti di quelli la gioia che mi arrecò la S. V. con la sua lettera del 30 giugno. Oh! Io amo infinitamente l'angolo della terra dove sono nato, dove sono sepolti i miei cari! E se il mio nome avesse a vivere oltre la mia morte, sonerebbe sempre accanto a quello della mia piccola povera e amatissima patria. 

Nel gennaio del 1896, il poeta aveva ricevuto, sempre tramite Tosi, il 'plauso' dei concittadini per la nomina alla cattedra bolognese; egli ringraziava “dal profondo del cuore ricordevole” la Giunta, il Consiglio di San Mauro e tutti i concittadini:
Vorrei vorrei fare davvero qualche cosa di degno per onorare, coi miei sempre lagrimati Genitori, il dolce paesello a cui corre sempre il mio pensiero con inestinguibile amore.

Notiamo ancora una volta le parole usate in queste lettere, che non sono mai casuali in Pascoli ma sempre selezionate con cura per il loro significato e che rimandano al cuore, al ricordo, a un sentimento infinito. Qualcosa di profondo, che è nell'anima, che quindi è inestinguibile.

L'occasione che riporterà 'a casa' Giovanni è rappresentata dalle nozze della figlia di Tosi, Emma, con Giovanni Briolini, celebrate il 21 aprile del 1897; per l'occasione, il poeta aveva stampato un opuscolo in cui erano quattro poesie bellissime, che faranno parte de Il ritorno a San Mauro, introdotte da una prefazione commovente in cui egli affermava di sentire sempre “nella lontananza, l'amaro sapore dell'esilio e di narrare in quei versi ciò che, tornando, non ho trovato né troverò più”.

Giovanni non sarà presente alle nozze ma in quel mese di aprile del '97, trovandosi in Romagna per un'ispezione al liceo di Ravenna, scriveva:
«utilizzo il viaggio per rinfrescare certe lontane ispirazioni famigliari, voglio anche andare, per poche ore, a San Mauro e portarci Mariú.»

E finalmente il 2 maggio Pascoli arrivò a San Mauro. Avrebbe desiderato giungere nel paese natale in incognito, chiedendo all'amico Guidi di non fare parola con nessuno del suo arrivo. Voleva arrivare da Santa Giustina «di sorpresa per vedere tutti gli operai in tenuta da lavoro, specialmente i calzolai con quel tagliuzzato grembiule di pelle tinto di pece e di anilina», voleva arrivare in calesse, con la cavalla dell'amico Celso Ricci (e Ciarghèt).

Ma le cose andarono diversamente. Pascoli arrivò a San Mauro in carrozza e una pioggia di fiori la ricoprì non appena entrato in paese. Ecco il ricordo di Mariù in proposito:
Io credo che nessuno fosse rimasto in casa quel giorno, tanta era la folla che si accalcava intorno e dietro di noi. Tra tutta quella gente c'erano parecchie donne che alzavano sulle braccia i più piccoli figli perché potessero vedere anche loro Giovannino ed essere veduti da lui. Dovemmo sostare al Comune ove erano in attesa il Sindaco, i consiglieri, gli impiegati e gli insegnanti per il ricevimento. Ci furono molti applausi ed un ben fornito rinfresco per tutti.
Poi ci accompagnarono alla nostra casina, della quale erano allora proprietari i signori Pedriali che furono con noi di squisita gentilezza. Giovannino mi faceva notare che la casa non era più come quando c'erano i nostri genitori: cominciò a subire modificazioni allorché prese moglie il fratello maggiore Giacomo, che aperse la porta d'ingresso sulla strada mentre prima si entrava dal cancello, e venne di conseguenza spostata la scala che metteva al primo piano cagionando altri mutamenti. Io non potevo ricordare tutto perché avevo lasciato il paese, senza farvi più ritorno, all'età di tre anni ossia alla morte della mamma.
Egli desiderava molto di poter riacquistare quella casina in omaggio alla mamma, perché era sua, e avrebbe avuto intenzione di restituirla al suo primiero stato; ma tale acquisto si poteva rendere possibile se i signori Pedriali, che ci stavano tanto volentieri, fossero in seguito venuti nella determinazione di disfarsene.
Finché ci stavano loro, egli non avrebbe mai fatto nessun passo per riaverla. Parlò tuttavia di questo suo desiderio ad alcuni suoi amici sammauresi, tra cui Pietro Guidi segretario del Comune, perché vigilassero, e in caso fosse messa in vendita lo avvertissero e fissassero la casa per lui. Essi si impegnarono.

Il poeta desiderava tornare anche fisicamente a casa, non solo con la sua poesia. Si sentiva profondamente romagnolo e lo sarebbe stato per sempre, come scriveva concludendo una lettera a Luigi Rasi nel '98: «Romagna forever.»

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