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di Rosita Boschetti

Pascoli a materaЀ del settembre 1882 la nomina inaspettata per Pascoli al Liceo–Ginnasio di Matera come docente di lettere greche e latine. Il poeta in realtà immaginava Teramo quale destinazione e resterà deluso, soprattutto per la grandissima lontananza di Matera che lo avrebbe inevitabilmente strappato alle sue amicizie, ai suoi affetti, al fervore degli anni bolognesi.

Il viaggio verso Matera sarà ricordato anni dopo con un alone di sogno, come un evento fuori dal tempo, per questo rimasto indelebile nella memoria: per vie selvagge, attraverso luoghi sinistramente belli, tra foreste paurose al lume della luna, cullato dalla carrozza, dalle dolci e monotone canzoni del postiglione.

 

Dopo una sosta di due giorni a Bari e presa a Grumo una diligenza per Matera, Pascoli giungeva in città in una notte fredda e piovosa; non potendosi permettere di alloggiare in albergo, era stato costretto a ripararsi sotto una volta con un compagno di viaggio, passando la notte seduto sulle valigie.

Il Liceo di Matera aveva sede in un Convitto, in quella che era la parte alta della città, che si ergeva sui Sassi, dove risiedeva la maggior parte della popolazione materana. Oltre al Liceo erano alcuni Palazzi, la scuola, la Sottoprefettura, il Comune ed alcune abitazioni civili.

Il poeta viveva in questa parte della città e pare che, nel corso del suo soggiorno a Matera, non sia mai sceso nei due rioni popolari.

Osservava però i contadini materani, descrivendoli all'indomani del suo arrivo in una lettera alle sorelle:
Se vedeste! I contadini, o cafoni, vanno vestiti nel loro selvatico e antiquato costume e stanno tutto il giorno, specialmente oggi che è domenica, girelloni per la piazza. Hanno corti brachieri e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino di cotone bianco e sòpravi un cappello tondo. Sembra che si siano buttati dal letto in fretta e in furia, e si siano messi per distrazione il cappello sopra il berretto da notte.

Nonostante l'amicizia di Antonio Restori e del Preside Vincenzo Di Paola, coi quali talvolta si concedeva momenti di svago giocando al biliardo o cavalcando, il luogo era però lontano da tutto quello che il poeta aveva finora conosciuto:
Non c'è un libro qua: da vent'anni che c'è un liceo a Matera nessuno n'è uscito con tanta cultura da sentire il bisogno d'un qualche libro; i professori pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa […]

Egli come sempre si era rimboccato le maniche e aveva ottenuto, oltre ad un incarico per riordinare la biblioteca, la possibilità di mangiare e dormire gratuitamente in Convitto e la grande opportunità per la scuola di acquistare finalmente i primi libri della collezione teubneriana di classici greci. E di ciò gli era stato dato pubblico merito in una cerimonia ufficiale.

Il clima torrido non gli permetteva però di concentrarsi nel lavoro, lo stipendio non era arrivato per ben quattro mesi e questa difficoltà economica lo spingerà per un attimo a pensare ancora una volta al matrimonio - progetto subito accantonato - con una lontana parente bolognese, Giulietta Poggi, di certo poco avvenente ma piuttosto ricca. Ecco cosa scriveva a Severino Ferrari, l'amico di sempre:
Caro Severino. Ma sai che son lì lì per saltare il fosso? […] Ora una certa Giulietta Poggi, mia lontana parente, mi ama, pare, pazzamente. Io non l'amo...molto. E' piccoletta, brunetta, molto magretta, insomma è tutt'al contrario del mio ideale. […]

Il periodo materano è quello che maggiormente mette in luce le doti di Pascoli come insegnante: alle prime armi ma spontaneo, entusiasta nel coinvolgere i ragazzi con le sue lezioni.

Il Preside scriveva di lui:
Questi sì che è professore bravo, e destinato a divenire bravissimo. Anch’egli è allievo della Scuola Filologica di Bologna, e mostra in sé l’opera di quella Scuola. D’ingegno pronto, di fantasia viva, di cuore buono, fa scuola da artista: dico che mentre legge, analizza, commenta latino e greco con scienza e metodo giusto; vi pone quel che non si definisce, cioè l’anima. Una cosa ha ad imparare, e l’imparerà senza dubbio e presto, l’arte di mantener meglio la disciplina. Non che i giovani non stiano volentieri con lui; stanno, anzi, troppo volentieri: ma egli deve abbandonarsi loro meno. Finora non ha perduto una lezione. Conduce vita ordinatissima, che si compendia in scuola, casa e studio.

Come prevedibile, al ragazzo ribelle e appassionato degli anni universitari non poteva confacersi improvvisamente una vita ordinatissima. E, a tale proposito, una lettera venuta alla luce solo qualche anno fa dall'archivio della Scuola Normale di Pisa, documenta invece che il poeta frequentava all'epoca le case di tolleranza; un elemento questo che, se per la maggior parte dei giovani di allora era abbastanza consueto, contribuisce invece a ribaltare completamente quella visione falsata di Pascoli che le antologie scolastiche hanno sempre consegnato. Il poeta non era un uomo avulso dalla realtà, né disinteressato alle donne, né tantomeno concentrato esclusivamente sul nido famigliare.

Questo però, è ciò che è passato grazie alla meticolosa ricostruzione della sua principale biografa, la sorella Maria. E ancora oggi questa vecchia visione dell'uomo Giovanni Pascoli è difficile da scalfire.

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