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Domenica scorsa nell’apertura del 34° anno accademico il Vicepresidente dell’Academia Pascoliana, Piero Maroni, ha ricordato la figura di Enrico Pollini scomparso all’inizio del 2016 all’età di 90 anni. Pollini è stato tra i fondatori dell’Accademia Pascoliana, molto conosciuto in paese per l’attività di insegnate e divulgatore dell'opera del poeta di San Mauro. Di seguito pubblichiamo il ricordo di Enrico fatto da Maroni.

Pollini EnricoQuando ci lascia un amico, un parente o un conoscente, tendiamo a immediatamente ricordare i momenti in cui abbiamo incrociato la nostra vita con quella dello scomparso. A me ne venivano tanti alla mente, e così quando si è cercato di individuare chi poteva commemorare Enrico Pollini, contrariamente alle mie abitudini, mi sono offerto senza reticenze, e da quel momento Enrico è stato il mio compagno abituale nella settimana trascorsa.

   Mi sono così reso conto dell' intensità della sua vita, delle sue passioni e del suo impegno, prerogative che gli hanno conferito un ruolo da protagonista in tantissimi momenti della vita politica, sociale e culturale del nostro paese per più di mezzo secolo.

  Sarà che invecchiando tornano alle mente i ricordi dell'infanzia, a me è capitato di  rivivere il mio primo approccio con Enrico, un approccio in verità da subito conflittuale. A metà degli anni 50 frequentavo un scuoletta rurale in via Villagrappa, ero in quarta Elementare e per alcuni giorni di supplenza, venne da San Mauro un giovanottino serio ed austero, era lui.

   Era quello il tempo in cui i maestri insegnavano con la bacchetta a portata di mano, a volte per indicare le lettere dell'alfabeto sulle pareti o qualche luogo sulle cartine geografiche, ma più spesso la usavano con funzioni punitive calandola sulle mani o anche dove capitava: gambe, braccia, collo e tutto per instaurare  ordine e disciplina.

    La bacchetta solitamente veniva portata a scuola, come un dono al maestro, da uno scolaro stesso e ne era pure orgoglioso. Enrico non avendo ancora messo radici, dovette accontentarsi  della riga di legno d'ordinanza e quando mi accadde di allungare la mano per prendere un giochino sul banco del compagno dietro al mio, la riga calò sulle mie nocche e senza alcun commento, il maestro continuò la lezione come se nulla fosse accaduto.

   Non so se fu questo l'episodio che alimentò un mio atteggiamento ostile nei suoi confronti, ma quando negli anni 60 incominciai ad avvicinarmi alla politica, ed Enrico ne era un protagonista, un leader nel paese, le nostre collocazioni erano decisamente opposte. Ricordo i primi consigli comunali ai quali assistevo da spettatore, Enrico rappresentava la DC, era quasi solo contro una marea di comunisti, sì che lo ricordo quasi timido nell'esprimere la sua opposizione, del resto non è che potesse fare tanto di più vista la disparità di forze, ma quando si arrivava alla serata di chiusura della campagna elettorale per le elezioni comunali, saliva sul palco in piazza e da dottor Jekill diventava mister Hyde, sì che con voce tonante e una rabbia forse a lungo repressa, inveiva contro l'amministrazione e il Sindaco Castagnoli Oderzo, elencando con una grinta inusitata una lunga serie di presunte nefandezze dell'amministrazione rossa, suscitando lo sdegno del popolo comunista che occupava i marciapiedi intorno alla piazza e rumoreggiava minaccioso. A proposito di quei comizi, negli anni 80, in piena revisione di quegli atteggiamenti  di allora, mi raccontò un curioso episodio. “ La sera che dovevo tenere il comizio ero carico come una molla che tutti i miei amici di partito avevano contribuito a tendere: devi dirgli questo, devi dirgli quello, ed io che non potevo disattenderli, sparai  a zero su Oderzo e gliene dissi che di più non si poteva. Ero sicuro di averlo offeso e che fosse furibondo con me, speravo di non incontrarlo nei giorni immediatamente seguenti, invece il giorno successivo vado in tabaccheria e c'era lui, io non sapevo dove volgere lo sguardo e temevo una sua reazione, invece mi viene incontro, mi allunga la mano e mi dice: “Complimenti Pulini (così lo chiamava Castagnoli, ma non per dileggio), ieri sera ha fatto proprio un bel discorso, bravo!” Come mi sono vergognato, e subito dopo ho pensato che lui era stato più cristiano di me”.

  Ricordo molto bene quelle serate di chiusura elettorale, raccontate  ai giovani di oggi, sembreranno favole, a me sembravano invece una festa con dei rituali che si ripetevano ad ogni tornata. I primi a scendere in piazza verso le 20 erano i Repubblicani con la piazza quasi deserta, seguivano i Socialisti e i marciapiedi cominciavano a popolarsi, verso le 22 era la volta dei democristiani e i marciapiedi si colmavano e quando, come prenotato da mesi prima, chiudevano i comunisti alle 23, la piazza era gremita e sui marciapiedi restava solo qualche curioso o chi non voleva coinvolgersi.

  Durante le ultime battute dell'oratore, dal vicino forno dei Gobbi arrivava l'irresistibile profumo del pane appena sfornato, così normalmente si finiva con l'assalto alla spianata ancora calda. Questi erano i modi del far politica di allora e tanti soggetti venivano coinvolti, ora la fanno in televisione i professionisti e l'impatto con l'elettorato è sempre più freddo e distaccato, ma sono questi i tempi.

   Enrico fu anche candidato al Parlamento per la Democrazia Cristiana, una domenica mattina mi capitò per caso di assistere, per poco, ad un suo comizio a Savignano, e la grinta era sempre quella e gli avversari da sconfiggere sempre quelli, i comunisti.

   Erano probabilmente i residui ideologici degli scontri accaniti del 48 e chi, da una parte o dall'altra, si dava alla politica non poteva prescindere da certi comportamenti, così che fatalmente si finiva spesso per diventare, se non proprio prigionieri, quantomeno fortemente condizionati dal ruolo.

  Erano anni arrabbiati e il mio rapporto con Enrico a quei tempi era piuttosto conflittuale, dal mio punto di vista lui incarnava tutto ciò che io contestavo, ma si sa il paese è piccolo e se poi si frequenta lo stesso bar, è difficile non incontrarsi, ci capitava così di tanto in tanto di dar luogo a lunghe e pacifiche discussioni sulla compatibilità, o meno, del Marxismo col Cristianesimo.

  Trascorsi gli anni dell'estremismo i nostri comuni interessi erano rivolti alla scuola, lui professore alle Medie, io maestro alle Elementari, non potevamo non incontrarci e su molti principi pedagogici ci capitava spesso di convergere. E di lì a poco cominciammo a collaborare in maniera sempre più stringente con le medesime passioni e condivisioni.

   La prima avvisaglia nel 1977, quando nel cinema Novelli di allora, organizzammo una mattinata dedicata a Pascoli e a Giorgi e lui si incaricò di relazionare su questo grande sammaurese. Ma la data ufficiale del nostro rapporto umano e culturale è il 1982, dopo che nel Consiglio della Domus Pascoli (di cui, giusto per ricordare i sopravvissuti, facevamo parte io e Domenconi Egisto), si decise di riprendere in mano un abbozzo di Accademia Pascoliana che un precedente consiglio (in cui, sempre in omaggio ai sopravvissuti, era presente Vincenzo Riccomi), aveva pensato nel 1967, ma che non aveva avuto seguito perchè il Prefetto di quel tempo decise che la Domus Pascoli poteva bastare. Il 13 giugno dell'82 si riunirono 20 persone nella sala del Consiglio Comunale e si diede inizio e vita a questo sodalizio.

   Enrico fu subito attivissimo e divenne ben presto il factotum, si occupava di tutto. Eletti entrambi nel Consiglio di Presidenza, lui con l'incarico di Segretario ed io di Bibliotecario, da allora iniziammo a collaborare, riunirci, lavorare, viaggiare insieme e l'amicizia divenne totale, eravamo d'accordo anche sulla politica  e ridevamo spesso delle nostre passate turbolenze. Sancito un patto di ferro con il dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, divenne Presidente il prof. Mario Pazzaglia, che qui riversò tanta passione e tante energie intellettuali per cui l'Accademia cresceva di consistenza, valore  e prestigio.

  Il lavoro era oramai quotidiano ed Enrico lo affrontava con estrema dedizione, entusiasmo ed in modo del tutto gratuito. Gentile e disponibile con chiunque lo interpellasse, mi viene da dire che viveva per l'Accademia, coadiuvato da Sanzio Tognacci e da Sante Franca, già da qualche anno scomparsi e che meritano la nostra grata memoria.

   Ho tantissimi piacevoli ricordi di quegli anni, pieni di reciproca stima, senza screzi ma di piena condivisione e collaborazione. 

   Nel 2004 Enrico si dimise dal Consiglio di Presidenza, erano le prime avvisaglie delle difficoltà a livello intellettuale che progressivamente si andranno ad aggravare e che nel 2007 lo indurranno ad abbandonare ogni qualsiasi sua partecipazione all'attività dell'Accademia.

   Non vorrei lasciarmi andare ad esercizi retorici, credo però che pur non avendo al suo attivo tante testimonianze scritte o di particolare rilievo, tranne la ricerca su Giorgi, Enrico ha lasciato una forte impronta della sua presenza, è stato per molti un punto di riferimento nella politica, nella scuola e nella comunità parrocchiale, e, ovviamente, per il determinante contributo dato alla crescita dell'Accademia pascoliana, ritengo che un posto nel Pantheon di questo sodalizio culturale se lo sia ampiamente meritato.

  Vorrei concludere con una annotazione a mio avviso molto significativa, nel giorno del suo ultimo viaggio terreno, ad accompagnarlo sino al camposanto c'era un nutrito manipolo di quei comunisti coi quali un tempo lontano aveva spesso battagliato e polemizzato, è per me questo il più spontaneo e sincero omaggio che si poteva offrire ad Enrico, un uomo onesto e probo che con la sua condotta di vita ci ha dimostrato cosa significa essere un signore per bene.

Piero Maroni

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