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Giuseppe ZanottiSAN MAURO PASCOLI – (21 Marzo 2006) - Giuseppe Zanotti (nella foto) lancia l’allarme: attenzione il “made in Italy” sta perdendo quote di mercato. Lo ha confessato alla giornalista della Voce di Cesena Elisabetta Boninsegna in una lunga intervista pubblicata il 13 marzo scorso (“Attenti, ci fanno le scarpe”), che di seguito riportiamo integralmente. Si tratta di un bello spaccato di chi è Giuseppe Zanotti e di come ha fatto a diventare una delle firme del design più importanti a livello internazionale.

 

SAN MAURO PASCOLI - Entrare nel suo ufficio è come entrare nella sua testa. Centinaia di scarpe sparse qua e là, istantanee appese al muro, ricordi d’infanzia, regali di amici, giornali e ritagli di articoli. E poi, in un angolo, c’è anche la sua scrivania. Ma questo è un dettaglio. Quello che rende unico Giuseppe Zanotti, titolare della Vicini Spa di San Mauro Pascoli, sono la creatività, il colore che emana, lo stile. E queste caratteristiche, invece, non sono un dettaglio. Zanotti, infatti, non è solo un artista, è un imprenditore romagnolo che, partito dal nulla, ora vende scarpe di lusso a tutto il mondo, soprattutto alle dive americane. E’ uno che ha messo insieme con assoluta classe, e grazie a uno staff capace e affiatatissimo, lo stile italiano e la produttività. Alla mattina lo si trova alla scrivania intento a inventare l’ultimo modello di stivale genere Janis Joplin; al pomeriggio, invece mette a punto i dettagli della produzione, riguarda le commesse estere,  controlla i numeri. E i numeri parlano chiaro: 370 mila paia di scarpe vendute in un anno, 30 negozi aperti tra New York, Tokio, Londra, Milano, Roma, 320 dipendenti, 2 marchi propri (Vicini e Giuseppe Zanotti design), la produzione di scarpe per Roberto Cavalli e Ferré, e un giro d’affari complessivo che tocca i 45 milioni di euro annui. “Siamo una piccola azienda internazionale - spiega Zanotti, 49 anni - e, coi tempi che corrono, la nostra forza è poter contare su più mercati in cui vendere”. Dopo gli studi al Comandini (“non ero uno studente modello - dice di sè Zanotti - ero incostante e un po’ ribelle) si è inventato il lavoro di disegnatore di scarpe. “Sono nato in un distretto calzaturiero, dove si trovano i suolifici migliori d’Italia, cosa potevo fare? La mia creatività l’ho messa al servizio di quello che più conoscevo. Se fossi nato in Brianza, forse, avrei disegnato mobili...”.

Ma come le è venuto in mente di disegnare?

Disegnavo già molto da piccolo. Disegnavo tutto quello che vedevo, facevo schizzi di auto, di banchi e lavagne quando ero a scuola e faticavo a stare attento.

E così ha iniziato a lavorare

Sì, ho iniziato come disegnatore per uno studio di Savignano. Lavoravo molto con  l’estero dove l’italianità era una garanzia. Qui, in Italia, invece, non si fidavano di un disegnatore giovane. Così ho fatto esperienza.

Poi il grande salto

Vicini era un mio cliente. Era un calzaturificio per cui disegnavo. Allora avevano 15 dipendenti. Dopo aver conosciuto mia moglie - anche lei nel settore perché figlia di Casadei - ho pensato di fare il grande salto. Era il 1994 e l’investimento iniziale è stato tostissimo. Diciamo pure da incoscienti. Venivamo dai meravigliosi  anni Ottanta e senza sapere cosa sarebbe accaduto ci siamo buttati nella sfida industriale. Perché un conto è disegnare, inventare,  senza alcun rischio d’impresa. Un’altra è vendere il proprio prodotto in tutto il mondo. Ho dovuto togliere la maschera dello stilista e mettere quella dell’imprenditore. E continuo così dal ‘94.

Pentito?

No, mai. Dico solo che è una sfida continua. Mi sono accorto di quanto l’andamento economico della moda sia legato a quello che accade nel mondo. Dipende in maniera viscerale dagli equilibri sociali. Con la prima guerra del Golfo, per esempio, chiusero 3 ditte americane per cui lavoravo. Significò molte commesse in meno. Quindi molte entrate in meno. Così anche nel 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle. E quando hai fatto tanti investimenti è un bel casino...Noi, per fortuna, ci salviamo perché possiamo contare su un mercato vasto, su più fronti ed è impossibile che vada male tutto quanto insieme.

Qual è il paese in cui vendete di più?

Negli Stati Uniti vendiamo il 25% della nostra produzione. Stessa percentuale nell’area asiatica (Giappone, Australia, Malesia e India). In Russia il 15%, una buona fetta anche in Arabia e nel nord Europa. In Italia vendiamo dall’8 al 10%.

Come nasce lo stile di una scarpa?

Dalle tracce che i ricordi lasciano  in me. Dalle suggestioni intime di quando ero più giovane: dalla spiaggia, dalla discoteca alle donne con gli occhiali enormi. Non me ne accorgo razionalmente ma, per esempio, so che devo usare il colore azzurro, l’oro, il bianco. Oppure quel tipo di decorazione che mi ricorda un sandalo da spiaggia. Della mia spiaggia. E’ buffo dirlo ma una scarpa nasce da un’emozione. E poi conta molto anche leggere, guardare i film, vedere la televisione, le mostre d’arte che girano tutto il mondo. Tutti questi mezzi di comunicazione portano con loro delle emozioni e sono le stesse emozioni che colpiranno le donne che poi acquisteranno le mie scarpe. Io faccio scarpe da donna, quindi, guardo quello che le donne guardano.

Quindi si ispira anche a film, eroi di fumetti o stili pittorici?

Sì. Le faccio un esempio: io ho amato molto Blade Runner, il film di Ridley Scott, e me lo sono visto e rivisto. Si ricorda quello stivale alto in vernice nera, con il tacco vertiginoso, che indossava la replicante? Ecco sono già 8 volte che lo ripropongo e tutte le volte è andato benissimo. E’ uno stivale che ha colpito tutte le donne che hanno visto il film e, senza che loro lo sappiano, appena lo vedono lo amano.

Quanto costa una scarpa di Vicini?

Dai 250 ai 600 euro. Ultimamente ho realizzato anche uno stivale per l’ultima  sfilata di Roberto Cavalli che costava 6 mila euro. Ma era un caso.

6 mila euro? Ma di cos’era fatto questo stivale?

Abbiamo impiegato 9 giorni per realizzarlo: sono state applicate a mano 60 mila

strass.

Come va il settore in questo momento?

Noi stiamo bene. Però non facciamo testo perchè siamo un’azienda che vende in tutto il mondo e abbiamo un target alto. Sono preoccupato, invece, sia per le altre aziende del settore che fanno fatica che per i giovani stilisti che non riescono ad aprire.

Chi è il responsabile di questa crisi?

Probabilmente le guerre in corso, le contrazioni economiche, il disinteresse dei

governi. Quello che mi fa più rabbia è che nessuno vuole guardare in faccia quello che sta accadendo. Il settore delle scarpe sta scomparendo dall’Italia e nessuno fa niente. Invece di dare un aiuto adesso, magari, quando non ci sarà più nulla da salvare stanzieranno dei soldi. Ma sarà troppo tardi.

Cosa dovrebbe fare lo Stato?

Sto parlando di tutti i governi, non solo di quello che c’è adesso. Penso che dovrebbe premiare le aziende che restano in Italia e non tutte, anche quelle  che hanno i dipendenti nell’ultimo buco della Cina. Per loro,  invece, se io ho 300 dipendenti in Spagna o qui è la stessa cosa. Solo che a me qui costano il doppio. E allora perché dovrei restare? Sta scomparendo la cultura della maestranza, dell’artigianato e nessuno fa niente per salvarla. Noi, come ti ho già detto, ci salviamo perchè siamo dinamici, lavoriamo 12 ore al giorno, siamo affiatati. Ma ci sono aziende in Romagna che si stanno piano piano spegnendo, per non parlare di quelle che non nasceranno mai.

E quindi cosa dovrebbe fare un governo per aiutarvi?

Dovrebbe detassare, rivedere un po’ i contributi, le aliquote fiscali.

Qual è il paese che, per dirla alla sua maniera, ci fa le scarpe?

La Spagna va fortissimo. Attualmente è il più forte produttore europeo di scarpe. Anche la Romania se la cava anche se fa un prodotto più industriale, che punta alla quantità.

E la Cina?

Cosa le devo dire. Molte aziende producono in Cina e molti commercianti cquistano le scarpe di produzione cinese. Quelle che acquista a 45 euro in negozio vengono da lì. Ma bisogna sapere che utilizzano prodotti che in Italia sono considerati velenosi: tacchi in petrolio, conce vietate, collanti non più a norma Cee. Torniamo ad argomenti più leggeri.

Tra le bellissime di Hollywood chi calza le sue scarpe?

Charlize Theron, Jennifer Aniston, Cameron Diaz, Alicia Keys, Heidi Klum. Alcune sono mie amiche. Ultimamente Anastasia è venuta nel negozio di Milano per conoscermi. Era commossa e mi ha fatto un sacco di complimenti. Mi sembrava di sognare...Pensi che una cantante americana, Mary J. Blige mi ha citato anche in una canzone: “Catch me/ with the B’s/ on the wheels/ Giuseppe on the heels...”

Tra le italiane?

Mi piace ricordare Valeria Marini, perché è veramente una signora. Quando le mandiamo le scarpe per qualche manifestazione vuole sempre pagarle. E’ molto educata. Poi c’è Vanessa Incontrada, Cristina Chiabotto.

Cos’ha lei dei tratti tipici del romagnolo?

Come i romagnoli vivo male la mediocrità. Mi piace sorprendere e ho tanta forza di volontà. Mi piace fare più che parlare.

Cosa pensa di una regione Romagna?

Se la regione Emilia Romagna continua a essere lontana dalle nostre grida allora preferisco una Romagna autonoma. A quel punto andrebbe bene anche San Mauro indipendente... Ma, in linea teorica, io preferisco l’unione alla dispersione.

Viaggia molto per lavoro. Preferisce stare in Italia o all’estero?

L’Italia è la mia terra, la Romagna è il mio paese, ma se devo dire la verità, all’estero sono molto più coccolato e ricercato. Qui a nessuno interessa quello che faccio. Non è mai venuto un giornalista di Rai Uno per fare un servizio su uno dei distretti più importanti del Paese. All’estero, invece, si sono fidati di noi, pagando in anticipo le scarpe. E’ grazie all’America, all’Arabia che abbiamo finanziato la nostra crescita, non grazie all’Italia. Loro credono nel nostro talento, amano le sfide. Se qualcuno ha voglia di fare, lo aiutano. Qui, mi sembra che si facciano solo tante chiacchiere. Invece di rafforzare e premiare le aziende brave, lo Stato va solo da chi sa piangere più forte. E il romagnolo, purtroppo, non sa piangere.

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?

Sì. Ho sempre navigato a vista, fidandomi del cuore e dell’intuito. E penso che alla fine è andata bene. E’ stata una scelta coraggiosa che mi ha fatto sentire vivo.

Ai suoi due figli consiglierebbe di fare questo lavoro?

Consigliarglielo no, perchè è molto duro. Vorrei che però gli servisse per capire che oltre alla piadina e all’affetto c’è dell’altro al mondo e che, coi piedi ben piantati, anche loro alzassero lo sguardo e spiccassero il volo verso quella che sarà la loro mèta.

 

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