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PASCOLIPubblichiamo di seguito un servizio di Nuccio Anselmo uscito il 7 agosto scorso su La Gazzetta del Sud, dal titolo ““Dove sono finiti gli oggetti di Pascoli”. C'è polemica a Messina riguardo allo stato pietoso in cui versa la casa dove ha vissuto Giovanni Pascoli. Addirittura si parla della scomparsa di alcuni manoscritti.

 

 

«Dove sono le "cose care" del poeta Giovanni Pascoli che testimoniano la sua lunga pagina messinese, un periodo fondamentale per il suo percorso umano e poetico? E perché in tutti questi anni nessuno ha mai pensato di acquisire, comprare, espropriare la sua casa di Palazzo Sturiale a Largo Risorgimento per farne una casa-museo?

In questi giorni dopo il primo "grido d'allarme" sullo stato di vergognoso abbandono in cui versa l'appartamento che il poeta abitò durante la sua docenza di Letteratura Latina nella nostra Università, abbiamo provato a rintracciare gli oggetti e i manoscritti che Pascoli ha lasciato nella nostra città, i suoi memorabili discorsi. Ci dovrebbe essere anche il manoscritto originale di composizione de "L'Aquilone". Ma dove sono?

Dove sono? Imballati. Si, pare per buona parte imballati, perché la Biblioteca comunale si sta trasferendo al Palazzo della Cultura e non si sa in che scatoli si trovino e poi ad agosto nessuno s'è voluto prendere la briga di aprire qualche scatolo. Speriamo che ci sia almeno un catalogo serio di questi... scatoli. E soprattutto nel trasferimento al Palazzo della Cultura un materiale così prezioso, raro, inestimabile, insieme a tanti altri testi e oggetti, non vada danneggiato o disperso. Sarebbe una vergogna. E che dire di questa vicenda degli scatoli, veramente ridicola.

Abbiamo chiamato anche al telefono il vice sindaco Franco Mondello che oggettivamente si è fatto in quattro per cercare di poter fare qualcosa, è stato disponibilissimo, ma è stato difficile, anche lui s'è scontrato con la burocrazia comunale e le sue appendici. L'appuntamento con lui è rimandato a settembre. Siamo sicuri che ci aiuterà.

E la Biblioteca regionale universitaria? Lì invece un orologio svizzero, ieri mattina ad agosto erano tutti al lavoro, precisi e puntuali, una rapida ricerca e il prezioso volume del 1955 del prof. Gianvito Resta, uno dei primi a studiare il periodo pascoliano a Messina, è saltato subito fuori. C'è anche il discorso del Pascoli su Garibaldi, altri testi preziosi di pubblicazioni del poeta sono perfettamente conservati e disponibili. Un esempio di professionalità.

Eppure proprio il Comune nel 1995 organizzò una importante e bella mostra sulla permanenza del poeta romagnolo a Messina, forse quella sarebbe stata l'occasione giusta sull'onda dell'emozione di acquisire la sua casa di Largo Risorgimento. Ma non si è fatto nulla.

Numerosi poi i lettori che ci hanno segnalato in questi giorni vicende e situazioni per così dire Pascoliane. Uno ci informa che il comune di San Mauro Pascoli ha acquistato tempo addietro una serie di importanti documenti pascoliani relativi al periodo messinese, che ora fanno parte del Museo di Casa Pascoli. Sono le carte appartenute al professore siciliano Giuseppe Sala Contarini, e messe a disposizione da Matilde Dillon Wanke, docente di Letteratura italiana all'Università di Bergamo, erede dell'archivio Sala Contarini. Si tratta degli autografi di Pascoli, appartenuti a Giuseppe Sala Contarini, corrispondente del poeta dal 1900 al 1912, che compongono un consistente album di lettere, cartoline, biglietti, telegrammi, copie di telegrammi e documenti. Pensate che patrimonio di conoscenza in questi atti, che magari, se ci fosse stato un Museo Pascoli a Messina, sarebbero confluiti nella nostra città. L'ennesima occasione persa.

Un medico e una studentessa universitaria, Francesco e Maria Lo Schiavo, padre e figlia, «appassionati di studi classici, e soprattutto di letteratura latina, si pregiano di segnalare che il poeta di San Mauro Romagna vinse varie medaglie d'oro, per la poesia latina messe a concorso dall'accademia Hoefthiana di Amsterdam, come premio internazionale per la poesia latina. Inoltre, il Pascoli fu chiamato "senza concorso" alla cattedra di Letteratura Latina della nostra Università, quale professore ordinario, per la stessa materia, "per chiara fama". Era ministro della Pubblica istruzione del tempo, l'onorevole Codronghi».

Ecco cosa scriveva Pascoli su Messina nel 1900 nel suo discorso "Il settimo giorno", sulla necessità del risposo domenicale: «Già: il popolo di Messina è innamorato della campagna. Ho osservato che specialmente alle finestre dei mezzanini sono sempre fiori, e alle volte dei verzieri, a dirittura, di gerani-edere, di garofani, di piante rampicanti. E se si passa per la via con qualche fiore in mano, sempre qualche bambina vince la sua naturale ritrosia e timidità, e ci s'appressa e dice: Vossía mi dugna u sciuri. C'è molto di buono, o messinesi, nella nostra cara Messina. Di rado o quasi mai s'appressa qualcuno a chiedere il soldo o senari: moltissime volte vi si chiede un fiore! Cavate la voglia di fiori ai vostri bambini, poichè tutto un fiore è la vostra campagna! Date loro dell'ossigeno! Fate loro vedere tante cose belle, poichè di cose belle hanno sete!».

Ed ancora: «Cittadini! mettetevi d'accordo. In nome di Messina, che in civiltà non deve cedere a nessun'altra città d'Italia, in nome di Messina, che da consuetudini che si introducano di diporti festivi, può ricavare motivo ad abbellire le sue spiagge uniche al mondo; e da ciò avere affluenza di forestieri e incremento di ricchezza; in nome del lavoro stesso, che meglio frutta quanto più volentieri e lietamente è eseguito; in nome della religione, per chi è credente e sa che violare il sabato tanto vale quanto non credere; in nome della giustizia, per tutti che devono sapere che non si può togliere a sè e altrui il diritto d'essere uomini, cioè creature che hanno un intelletto oltre che un paio di braccia; in nome della scienza, che proclama la necessità del riposo e del diporto e dell'ossigeno; in nome della famiglia, che chiede a voi un po' di serenità e di educazione e di convenienza: deliberate di osservare il riposo domenicale». Lui scrisse questo di noi e noi lo ripaghiamo con la "monnezza".

La "bella falce"

Ecco come descriveva la nostra città Pascoli nel suo discorso "Il settimo giorno", del 1900. Una frammento splendido: «... date, restituite anzi, a' vostri figlioletti e a voi, la loro poesia, la loro domenica, le passeggiate, le scampagnate. Mostrate loro, un giorno per settimana, il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia, la bella falce adunca che taglia nell'azzurro il più bel porto del mondo, l'Aspromonte che negli occasi, per il sole che cade razzando infuocato dietro Antennammare, si colora d'inesprimibili tinte, mentre il mare si riempie di rose colorite; mostrate loro un giorno della settimana il loro bel cielo sereno e la vostra fronte senza rughe !».

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