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 SAN MAURO PASCOLI – (9 Agosto 2005) – A un giorno di distanza dal Processo a Giuseppe Mazzini, in programma mercoledì 10 agosto a San Mauro Pascoli alla Torre (ore 21), il nome del Grande Italiano fa già discutere: padre della patria o cattivo maestro? In attesa di sapere come andrà a finire tra i due storici protagonisti della serata sammaurese (Giovanni Belardelli per l’accusa, Roberto Balzani per la difesa), da alcuni giorni si è aperto un ampio dibattito sulla figura di Mazzini che ha coinvolto in prima persona importanti nomi della storiografia italiana e straniera. A lanciare il sasso nel tranquillo stagno di un dibattito che fino ad allora era stato piuttosto soporifero, è stato lo storico francese, Pierre Milza, che nelle sue "Histoire de Italie" ne è uscito con un “Mazzini può apparire come il padre del terrorismo italiano”. Parlando poi di “una tradizione mazziniana di spirito terroristico”. Apriti cielo! Dichiarazioni forti, tanto che a Milza ha subito risposto uno dei più importanti storici italiani, Luciano Canfora (Corriere della Sera, 15 luglio), che allargando lo sguardo sul ruolo del Grande Italiano ha scritto: “Mazzini non gode di grandi simpatie in Italia, se non in cerchie relativamente ristrette. Non è un eroe popolare, forse non lo è mai stato. Ci sono varie spiegazioni di ciò, né l'occasione del bicentenario della nascita può invertire la tendenza. Si potrebbero tentare varie spiegazioni. Ad esempio: quale forza politica italiana ne è stata davvero erede? Forse nessuna”. Aggiungendo poi che Mazzini a cavallo tra i due secoli (Otto/Novecento) non ha assunto il ruolo di bandiera: “Non lo era per il nascente movimento socialista, e lo era solo a parole per le forze democratiche non socialiste. Il fatto è che Mazzini era e resta un maestro difficile, un maestro esigente”.Una risposta più compiuta a Pierre Milza è arrivata da Maurizio Viroli dell'università di Princeton che, in un articolo su “La Stampa” (18/07/2005), ha rifiutato in toto l’accostamento Mazzini-Brigate Rosse, suggerita dallo storico francese: “Fine dei terroristi era abbattere la Repubblica democratica per instaurare un regime comunista; il metodo era la lotta armata guidata da un'avanguardia di rivoluzionari di professione. Fine di Mazzini era l'instaurazione di una Repubblica democratica che avesse quale suo atto fondativo una libera Assemblea Costituente del popolo; il metodo era la guerra di popolo accompagnata dall'educazione morale. I terroristi teorizzavano l'internazionale comunista. Mazzini l'Europa unita e l'umanità delle libere patrie affratellate: davvero una completa identità di vedute”. Chiude Viroli ironicamente. Ancora più decisa la replica dello storico Roberto Balzani sul Corriere della Sera del 20 luglio scorso, in qualità di Presidente nazionale dell’Associazione mazziniana: “Si tratta di una ricostruzione grottesca e inaccettabile [quella di Milza, ndr]. Mazzini, come tutti i rivoluzionari del primo Ottocento, pensava alle guerre di liberazione nazionale in termini romantici e non certo di stragi, di nichilismo, di massacri d'innocenti. Seguendo il ragionamento del professor Milza, anche George Washington potrebbe figurare come antesignano del terrorismo, in quanto comandante addirittura di un esercito irregolare contro i "legittimi" titolari dell'autorità nelle colonie del Nord America e cioè gli inglesi”. Più articolata la posizione di un altro storico, Sergio Luzzato, che sempre sul Corriere della Sera (23 luglio) ha parlato di Mazzini né come terrorista ma neppure come santo: “A torto ci si scandalizza per le tesi dello storico francese Pierre Milza, colpevole di avere suggerito che una certa tradizione del terrorismo italiano possa appunto risalire a Mazzini… Quasi che, nella storia, le rivoluzioni siano state immancabilmente pacifiche. Rivoluzioni dei garofani o dì velluto”. E volgendo lo sguardo all’oggi ha aggiunto: “quel che colpisce (e che delude) nella discussione di questi giorni intorno a Mazzini ‘terrorista’ o ‘pacifista’, è lo strepitare dei neomazziniani intorno alla lesa maestà del personaggio… Mazzini, e non da oggi, è di chi se lo prende. Durante la guerra civile italiana del 1943-45, mentre i partigiani lo elevavano a simbolo della Resistenza quale "secondo Risorgimento", i repubblicani di Salò non lo mettevano forse sui loro francobolli, e non ne compilavano un'antologia devotamente intitolata "La voce di Staglieno"?”. Aspettando il 10 agosto a San Mauro non resta che dire: il dibattito è servito.  

 

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