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 SAN MAURO PASCOLI – (11 Agosto 2005) - Giuseppe Mazzini assolto con formula piena: secondo la giuria non è stato un cattivo maestro, bensì un padre della patria. Si è conclusa con questo netto verdetto il Processo a Giuseppe Mazzini svoltosi nella data canonica del 10 agosto a San Mauro Pascoli (Villa Torlonia – La Torre), davanti a un pubblico di circa 1.000 persone. L’esito del processo, finito con un secco cinque a zero dei giurati (risultato senza precedenti nei cinque processi ad oggi organizzati da Sammauroindustria), è stato favorito dall’istruttoria della pubblica accusa condotta dallo storico Giovanni Belardelli (università Perugia) che al termine dell’arringa ha chiesto il proscioglimento dell’imputato Mazzini. Aprendo così la strada a un esito che è parso subito scontato: ovvero l’assoluzione con formula piena del fondatore della Giovine Italia. L’Accusa di Belardelli. E pensare che l’arringa dello stesso Belardelli era stata tutt’altro che tenera nei confronti di Mazzini. Più che scommettere sul “Mazzini terrorista”, sulla scia delle recenti polemiche dello storico francese Pierre Milza, lo storico di Perugia si è soffermato sulla concezione della politica di Mazzini: “messianica e assolutista. Mazzini concepisce la politica come ‘una lotta contro satana per eliminare il male dalla terra’, sono parole sue. Francamente mi sembra troppo. Intesa in questo modo è una politica che finisce per non avere limiti. Non a caso Gaetano Salvemini ha definito la democrazia di Mazzini ‘teocrazia popolare’, un modello di società rappresentata da una minoranza virtuosa”. E sempre a proposito di democrazia ha aggiunto Belardelli: “è il contrario di quella di Toqueville, di cui anch’egli ricorre il bicentenario. Mentre per il pensatore francese la democrazia è lo strumento in cui gli individui in piena libertà perseguono il loro fine, per Mazzini è esattamente l’opposto: antindividualista”. Ma è sulla spinosa questione delle eredità politica di Mazzini che si è maggiormente soffermato Belardelli: “se Mazzini ha una colpa è quella della sua eredità. A mio giudizio non è certo un caso se il filosofo fascista Giovanni Gentile nei suoi scritti ha citato con maggiore frequenza Mazzini, secondo solo a Mussolini. Ed ha celebrato nel duce l’uomo mazziniano per eccellenza. Difficile, dunque, disconoscere questa eredità”. Infine sul ruolo degli intellettuali: “Mazzini all’indomani dell’Unità d’Italia esprime parole di fuoco sull’indipendenza. È il primo che critica a caldo il Risorgimento. Ma è anche l’inizio di un metodo di lettura della storia d’Italia che ha poi attraversato i successivi decenni: due italie divise in maniera netta, una buona l’altra cattiva, che ha trovato poi fondamento nella lettura di un Risorgimento incompiuto, nella vittoria mutilata….” Le conclusioni: “visto che le colpe di Mazzini sono soprattutto attribuibili ad altri, chiedo il proscioglimento dell’imputato”. La difesa di Balzani. Secondo Roberto Balzani “quello che si dimentica di Mazzini è il fatto di essere un uomo del primo Ottocento, intriso di quel periodo culturale. È un personaggio che vive il periodo chiuso delle Restaurazione e che per motivi anagrafici non ha potuto fare le campagne napoleoniche. Dunque, vive il dramma di quel tempo, ed è convinto che creando un’associazione si possa cambiare qualcosa. Ma soprattutto è un uomo d’azione che prima di tutto vive la democrazia anziché teorizzarla”. Riguardo all’accusa di essere un democratico antindividualista fatta da Belardelli, risponde: “Non un antindividualista, ma un associazionista. Pensa che il modo migliore per fare le cose sia l’associazionismo libero. Perché? Perché la nostra penisola in quegli anni era un groviglio di particolarismi egoistici che solo le libere associazioni potevano mediare”. Sulla religione: “il tema religioso è al centro del pensiero di Mazzini. La sua idea è quella di una religione che unisca il genere umano, ponte tra gli uomini, dialogo tra le nazioni. È evidente che siamo di fronte ad una concezione religiosa di stampo romantico, Tuttavia siamo ben lontani dalla visione teocratica”. Infine la sua eredità: “Mazzini dopo la sua morte è stato fatto a pezzi e strumentalizzato da più parti. E’ stato un personaggio sempre fedele a ciò che ha detto ed ha pagato di persona per questo, vivendo 40 anni in esilio. La sua eredità però non è stato il fascismo che lo ha utilizzato ad uso e consumo, ma due personaggi: Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, entrambi critici su certi aspetti della sua predicazione, ma mossi dallo stesso spirito intransigente”. La richiesta: “Mazzini non può che essere assolto”. Il verdetto. Sentiti i quattro giurati che hanno espresso il voto di assoluzione (Marino Biondi, Antonio Carioti, Werther Colonna, Maurizio Ridolfi), il presidente della Giuria, Gianfranco Miro Gori, ha concluso i lavori dichiarando anch’egli il suo voto di assoluzione. Aggiungendo anche che “si è trattato di un processo giacobino a rovescio. Mentre i giacobini erano tutti d’accordo nel condannare, a San Mauro siamo stati d’accordo nell’assolvere. Un fatto paradossale che comunque non fa che confermare la grandezza del personaggio Mazzini”. Assolto, dunque, con formula piena senza attenuanti di alcun genere. È la prima volta a San Mauro che un verdetto non viene formulato a maggioranza.  

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