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SAN MAURO PASCOLI – (11 Luglio 2006) – Lo studio di Giovanni Pascoli nella scuola ha vissuto alterne fortune: sottotono fino agli anni ’50, decisamente rivalutato dopo la relazione di Gianfranco Contini proprio in un convegno a San Mauro Pascoli (anno ‘1955). Di seguito riportiamo un articolo pubblicato sul sito http://www.aetnanet.org/ ripercorre le tappe di questo rapporto dalle alterne fortune.

 

«L'alterna fortuna critica del Pascoli negli ultimi cinquant'anni ha influenzato - seppure con qualche ritardo - i testi scolastici e l'atteggiamento dei docenti verso la sua opera. Nelle scuole italiane, oggi, l'immagine più accreditata del poeta di S. Mauro è quella di un ardito sperimentatore linguistico, ispiratore - insieme a D'Annunzio - del nostro Novecento poetico. Gli insegnanti di lettere di oggi appartengono, per la maggioranza, alla generazione che ancora studiava a memoria, alle elementari e alle medie, X agosto, La cavalla storna, La quercia caduta e magari L'aquilone. Il Pascoli fanciullo sensibile, un po' lacrimoso, sembrava il poeta ideale per sussidiari e antologie scolastiche: commovente, persino drammatico a volte, ma non sconvolgente, anzi rassicurante, edificante. Nei suoi testi più famosi - e in quelli di Carducci, di Ada Negri, di Angiolo Silvio Novaro - gli scolari italiani del dopoguerra (futuri docenti inclusi) scoprivano per la prima volta la Poesia. La scoprivano, e avevano la sensazione di averla già conosciuta da sempre, da generazioni. Ah, già, la poesia. Il linguaggio sostenuto, le rime, i buoni sentimenti, un po' di retorica. Del Poetico, il Pascoli scolastico incarnava l'idea più ovvia, innocua e stucchevole. Ma già in quegli anni - all'insaputa di maestri e professori- la prospettiva critica intorno alla sua opera stava mutando. Nel 1955, in occasione del centenario della nascita, Gianfranco Contini teneva a San Mauro una conferenza (Il linguaggio di Pascoli) che - in polemica con il severo giudizio di Croce - sottolineava l'interesse e la novità degli aspetti linguistico-stilistici dell'opera di Pascoli, individuandone il perno nella tensione verso una 'lingua morta', e sottolineando i contatti con la grande poesia europea. Insieme agli interventi di Pasolini (Pascoli e Montale, 1947, e Pascoli, 1955), a quelli di Schiaffini (Forma e rivoluzione poetica di G. Pascoli, 1955) e di Anceschi (Pascoli 'verso' il Novecento, 1960), il saggio di Contini avrebbe contribuito a rimuovere i cliché della vulgata pascoliana e a trasformare in modo decisivo l'immagine del poeta e del suo lavoro. Cominciava a farsi strada l'idea di un Pascoli 'sperimentale', innovativo, punto di riferimento essenziale per la poesia italiana del Novecento.

Il ritardo dell'insegnamento. Prima che gli effetti di questa svolta critica si facessero sentire nella scuola, dovevano passare una trentina d'anni. Studente al ginnasio, nei primi anni Sessanta, il futuro docente di lettere studiava il solito Pascoli lacrimoso, insieme al Carducci (ancora molto in voga) e all'abate Zanella ("Sopra una conchiglia fossile"). Del ruolo seminale del poeta di S. Mauro per il Novecento italiano, tra i banchi, non si faceva parola. Oltretutto, il programma di letteratura del liceo, in quegli anni, non si spingeva molto al di là dei primi decenni del ventesimo secolo. Oggi gli studenti incontrano Pascoli in genere all'inizio dell'ultimo anno, nel ruolo - appunto - di iniziatore del Novecento; allora era uno degli ultimi autori, insieme a D'Annunzio. Montale e gli altri contemporanei restavano fuori dalle aule. Intanto - sempre all'insaputa della scuola - la poesia italiana stava vivendo una stagione di grande fermento, i cui aspetti più clamorosi erano rappresentati dalla Neoavanguardia. Nel 1965, in occasione delle celebrazioni pascoliane, un intervento di Edoardo Sanguineti denunciava gli aspetti "piccolo-borghesi" della poetica del nostro autore e ridimensionava la portata del suo contributo: "La cosiddetta rivoluzione poetica operata dal Pascoli - scriveva il leader del gruppo '63 - è in realtà una riforma…".  La nuova immagine, proposta da Contini, Pasolini e altri, di un Pascoli 'sperimentale', padre del Novecento poetico italiano, non aveva fatto in tempo a varcare i portoni delle scuole, che già veniva smontata, ridimensionata, 'demistificata'. Nella nuova prospettiva, il Pascoli rappresentava la mentalità ristretta e tendenzialmente reazionaria di un'Italietta piccolo-borghese. Questo approccio sociopolitico fu più rapido a penetrare nelle scuole di ogni ipotesi critica precedente. Di mezzo c'era il Sessantotto.

Pascoli nei manuali scolastici. Già nei primi anni Settanta il Salinari-Ricci (Laterza, 1974) dava grande rilievo agli aspetti ideologici dell'opera e della poetica pascoliana, denunciandoli puntualmente. I giudizi erano duri, netti: "Vuoto e nebuloso è il suo socialismo… Velleitario il suo nazionalismo… Retorico anche il suo francescanesimo o tolstoismo… Piccolo-borghese la sua poetica dell'oggetto e delle piccole cose…". In quegli anni, il futuro docente frequentava ormai l'università; il Pascoli non gli era mai sembrato tanto lontano.  Alla 'demistificazione' ideologica si affiancò, a partire dagli anni Settanta, un parallelo smascheramento del poeta romagnolo sul piano psicologico. Caduto ogni ritegno, anche nei testi scolastici si parlava sempre più apertamente delle sue inibizioni, dei vizi, delle private debolezze; l'ossessione per il 'nido', la convivenza con le sorelle, venivano impietosamente indagate e interpretate. Sotto i fari del marxismo e della psicanalisi, il Pascoli non aveva più segreti. Tolti i veli al Gelsomino notturno, ecco il suo autore: un piccolo-borghese sessualmente inibito e morboso. Dalla sua 'demistificazione' sembrava che il poeta di S. Mauro non potesse più riprendersi. Invece, gli anni Ottanta videro una sorprendente riscoperta della sua opera. L'episodio più significativo in questo senso è forse il saggio di Giorgio Agamben, Pascoli e il pensiero della voce, che nel 1982 introduceva un'edizione Feltrinelli del Fanciullino. Riprendendo e sviluppando lo scritto di Contini di quasi trent'anni prima, Agamben dava della poesia pascoliana una lettura 'nobilitante', che metteva da parte ogni sospetto sociopolitico e psicologico, e sottolineava invece i ricchi spunti che l'opera di Pascoli fornisce a una riflessione sulla natura e sul ruolo della parola poetica. Dodici anni più tardi, nell'introduzione a una nuova edizione di Pensieri e discorsi (L'era nuova, 1994), significativamente intitolata Il sillogismo di Pascoli, Rocco Ronchi ci mostrava un Pascoli inedito, un pensatore intento a meditare in modo ben poco convenzionale sul rapporto tra scienza e poesia, tra nichilismo e illusione. Prima come studenti poi come professori, gli insegnanti ultracinquantenni (la maggioranza, secondo le statistiche) hanno avuto a che fare con molte immagini diverse e contrastanti del poeta di S. Mauro: lo hanno sentito celebrare e criticare duramente, hanno visto le sue quotazioni crollare e risalire. X agosto è ancora lì, sui libri di testo; ma non è la stessa poesia. I vecchi stereotipi critici, i pregiudizi (positivi e negativi) assimilati dai docenti nel corso di qualche decennio, sono stati rimossi. Si tratta oggi di vincere quelli - nuovi e tenaci - degli alunni.» (Tratto da http://www.aetnanet.org/ dal titolo “Pascoli a scuola” del 4 luglio scorso a firma di Umberto Fiori, docente di Materie letterarie all'ITC P. Verri di Milano e di Cultura italiana per stranieri all'Università Statale di Milano. Poeta e cantautore, ha curato, tra l'altro, l'antologia Poesia italiana del Novecento (Bruno Mondadori, 1995

 

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