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 SAN MAURO PASCOLI – (7 Agosto 2006) - Mancano pochi giorni alla data del Processo alla Romagna di Secondo Casadei in programma giovedì prossimo alla Torre e già si infiamma il dibattito tra accusa e difesa sul ruolo del padre di “Romagna Mia”. Di seguito riportiamo una prima anticipazione tra le due parti in vista del dibattito, e della sentenza, in programma giovedì prossimo alla Torre.

L’Accusa (Eraldo Baldini - Giuseppe Bellosi) - Secondo l’accusa L’immagine della Romagna e della sua tradizione musicale promossa dalle orchestre-spettacolo “alla Casadei” rientra in un vasto fenomeno di mistificazione del “popolare” che è seguito alla decomposizione del folklore romagnolo come sistema culturale, decomposizione cominciata dopo la seconda guerra mondiale. La situazione presenta diversi aspetti non sempre chiaramente classificabili: ora ci troviamo di fronte a fenomeni di turisticizzazione di manifestazioni un tempo realmente popolari, ora di fronte alla divulgazione di prodotti falsi presentati con l’etichetta di folklore. Uno dei fenomeni più vistosi, che, soprattutto negli anni Settanta ha assunto vaste dimensioni, è quello delle orchestre del liscio, che hanno assunto nomi come Folklore di Romagna, La vera Romagna folk ecc. e affermano che la propria musica è il “vero folklore romagnolo”, mentre, nel migliore dei casi, essa si collega alla musica da ballo di origine colta. Il liscio insomma è oggi uno dei tanti prodotti dell’industria dello spettacolo, musica di consumo. Se poi si esaminano i testi delle canzoni da ballo, si vede che l’immagine della Romagna che viene proposta è una somma di vieti stereotipi. Allo stesso ambito del folklore mistificato appartengono altri fenomeni, relativi ad esempio all’enogastronomia e alla riproposizione spettacolare di un mondo rurale più immaginato che reale. I pericoli di queste manifestazioni di folklore mistificato e di cattivo gusto sono notevole, sia perché esse danno una falsa immagine della cultura popolare romagnola, sia perché rischiano di convincere gli stessi romagnoli a identificare la propria cultura tradizionale con queste espressioni del consumismo.

La Difesa (Leandro Castellani – Roberto Casalini) - Quando cent’anni fa nasceva Secondo Casadei, la Romagna aveva già adottato una musica: ritmi propri dell’Europa centrale e delle due classi aristocratiche e borghesi: valzer viennesi, mazurke ungheresi, polke polacche, quelle ballate nelle feste dei nobili. Secondo Casadei, se non fu certo il primo, fu il solo in grado di “fischiettare”, essenzializzare, insomma tirare giù dal trono la musica dei ricchi, togliere loro l’esclusiva, per farne la musica di tutti. E sotto il suo archetto, nelle diverse formazioni, la sua divenne la musica della Romagna. Per un tratto della vita, la Romagna delle sue musiche coincise forse, suo malgrado, con una Romagna un po’ inventata, un folklore dettato dall’alto, come quel fiumicello ribattezzato Rubicone. Ma Secondo non si prestò al gioco e difese la “sua” Romagna, sia dalla Romagna un po’ fasulla delle tradizioni posticce, come dall’America pasticciona e invadente del dopoguerra. Contro la Romagna un po’ inventata propose la sua, che era quella del popolo, sanguigna e generosa, una Romagna più autentica del vero. La Romagna di Secondo Casadei è una Romagna volta a volta allegra con un fondo di tristezza, triste con un esito d’allegria, che non teme di pronunciare parole così semplici da sembrare ingenue, parole che non hanno il coraggio di riproporre il luogo comune e farlo diventare nuovo. Più che una musica la sua è un sentimento, un modo di essere e di “sentire”. Parafrasando Bendetto Croce (col suo “Perché non possiamo non dirci cristiani”), la difesa conierà “perché non possiamo non dirci romagnoli”, tutti noi italiani, stranieri, stanziali, turisti, quando riviviamo insieme questa sofferta e nostalgica gioia di vivere che è nella musica di Secondo Casadei. Onore dunque alla romantica e struggente Romagna del nostro immaginario collettivo, di cui Casadei è il “genius loci”.

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