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Pubblichiamo questo racconto scritto da Piero Maroni in occasione di questo Natale, intitolato “Una storia d’altri tempi”. All’articolo alleghiamo la vignetta di Roberto Arnone fatta per le festività. Cogliamo l’occasione per fare a tutti i lettori gli auguri di buone feste.

di Piero Maroni

Natale 2018Molti anni fa lungo la strada verso Sala di Cesenatico nel podere di proprietà della contessa Coccapani di Bologna in un misero cascinale viveva la famiglia Spada. Il nucleo familiare era costituito da una ventina circa di individui fra grandi e piccoli intenti ai lavori agricoli inerenti a quel piccolo fondo.

Accadeva frequentemente in quei tempi lontani che la fortuna della gente fosse soggetta ai capricci delle stagioni, a loro non restava che scrutare il cielo e affidare il proprio destino ai voleri delle autorità celesti.

Fu così che un anno, a metà dell'ottocento, un'estate e un autunno siccitosi arrecarono gravi danni alla coltura del granoturco, la produzione fu disgraziatamente scarsa e la farina gialla di polenta, che rappresentava l'alimento determinante per la sopravvivenza della gente di quel tempo, non era certo che potesse essere sufficiente a sfamare la famiglia durante un inverno che, come spesso avveniva, si annunciava lungo e rigido.

Le donne della casa si sforzavano in ogni modo di limitarne l'uso, nulla doveva andare sprecato e i bisogni ridotti all'essenziale.

La famiglia Spada aveva però un piccolo tesoro di riserva, quattro pecore nell'ovile amorevolmente e assiduamente accudite, consapevoli che se la scarsità di cibo lo avesse rese necessario, sarebbero state vendute e col ricavato si sarebbero rimpolpati i sacchi della polenta e garantito la sopravvivenza alla gente di quella casa.

E come si temeva l'inverno giunse anzitempo e si accanì su quella natura dormiente con gelo e neve in abbondanza rendendo grama la vita di uomini e bestie.

Una mattina di un giorno del mese di gennaio, colui che andò per primo a ripulire lo stalletto delle pecore, restò sgomento e sconvolto, non c'erano più, sparite.

Chiamò a gran voce i familiari che prontamente accorsero alle grida dell'uomo, l'ovile era vuoto ma le orme lasciate sulla neve gelata non lasciavano ombre di dubbio, erano state rubate nottetempo e non fu per niente arduo risalire agli autori del misfatto, bastava seguire le tracce che si dirigevano verso alcuni carri di zingari che si erano accampati nelle vicinanze. Eccoli i ladri, le prove erano schiaccianti, bisognava agire in fretta per recuperare la refurtiva prima che si allontanassero.

In quattro si armarono di fucili e coltelli e, decisi a tutto pur di recuperare il maltolto, si apprestavano ad uscire di casa e marciare verso l'accampamento degli zingari.

Erano oramai sull'uscio, quando questo si spalancò improvvisamente e fece il suo ingresso Giovanni, il capo famiglia, colui che reggeva tutte le responsabilità relative a quel nucleo familiare.

Non gli fu difficile cogliere le intenzioni di quei giovani armati e fissandoli intensamente negli occhi uno ad uno, con voce calma ma decisa, li affrontò.

“E voi per quattro pecore sareste decisi anche ad uccidere uomini? Ora inginocchiamoci tutti e insieme preghiamo Iddio che perdoni le vostre malvagie intenzioni e appena avremo terminato, pregheremo ancora per quegli sciagurati che hanno rubato le nostre pecore e che il Signore li aiuti perché se sono giunti a questo, vuol dire che sono più disgraziati e affamati di noi!”.

Nessuno osò fiatare o esprimere un qualche dissenso, ma tutti si inginocchiarono e nella cucina si udiva solo il lento cantilenare delle loro preghiere.

Questa non è una favola, è una storia di vita realmente vissuta, Giovanni Spada era il nonno di mia nonna Agostina e uno di quei quattro giovani  era suo padre. I fatti si sono tramandati di bocca in bocca fino a che un discendete di quella genia che aveva avuto la possibilità di studiare, la inserì in un ponderoso romanzo intitolato “Storie di povera gente” in cui si raccontano le vicende della sua progenie.

Si chiamava Pietro Spada, ma per pudore si firmò con lo pseudonimo di “Anonimo Romagnolo” e spero che dall'al di là mi perdonerà se ho riportato una delle tante storie di quella grandiosa famiglia.

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