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MigranteNonostante dai loro vicini i sammauresi vengano chiamati zingari, non sembrano particolarmente portati alla migrazione. Anzi. Appaiono piuttosto stanziali. Con i dovuti distinguo. Ma partiamo dal lemma. Migrante, dal latino migrare cioè spostarsi da un luogo a un altro, è più inclusivo rispetto ad altri vocaboli derivanti dalla stesso verbo ma accompagnati dalla preposizione ex (da, fuori da) come emigrante, largamente usato un tempo, o in (in, dentro) come immigrante che lo è assai poco. Esistono poi, ovviamente, le forme migrato, emigrato, immigrato che insistono sull'azione compiuta. Migrante è la parola oggi largamente dominante, perché appare “politicamente (più) corretta” indicando il semplice movimento e non i luoghi cioè le patrie, le nazioni coi relativi nazionalismi, confini, barriere eccetera. Fermiamoci a San Mauro, cominciando da Pascoli, primo (inteso non in senso cronologico com'è ovvio) migrante. Che scrive nella celebre poesia Romagna: “tutti migrammo” (a dir il vero nella prima versione, quella del 1892, usa “sfrattammo” che, a me pare, verbo assai più pascoliano, quanto meno dal punto di vista della risonanza acustica). Sostando nel campo della poesia, Mino Giovagnoli migrato a Rimini, in E zapatin dal chesi (Lo zampettino delle case), evoca qualche esempio che nel complesso del libro appare piuttosto un'eccezione: il favoloso “Marmàch, che in America l'andét par pròim, / s'un bastimòint gran grand, / che sl'Oceano e filéva cmè una pala da canòun (che in America andò per primo, / in un bastimento grande grande, / che sull'Oceano filava come una palla da cannone)”; il babbo del medesimo Mino che negli USA “l'avòiva lavurè (aveva lavorato)”; o Zaclòin ad Matióz (alla lettera: Anatroccolo di Matteo) che “féva e gelatèr a Vienna (faceva il gelataio a Vienna)”. Insomma i migranti sammauresi - anch'io ne ho incontrati, essendo essi tornati a San Mauro; per esempio, Mèvar (Mauro di cognome Donati) il centenario ch'era andato negli Stati Uniti o Brenno Antonelli in miniera in Belgio - ci sono, ma non costituiscono un fenomeno rilevante dal punto di vista sociale. La migrazione sammaurese è piuttosto quella fisiologica di giovani che dalla provincia debbono andarsene per trovare lavoro intellettuale. Oggi questo tipo di migrazione dalla provincia alle città (soprattutto Roma e Milano) è slittata: e si attua dall'Italia al mondo. San Mauro, come il resto della nazione, paga il suo tributo di giovani - ne conosco personalmente più di uno - che, non trovando lavoro in patria, se ne vanno all'estero. A questo punto occorre rovesciare la prospettiva per parlare dei migranti in entrata assai rilevanti. La prima ondata è da assegnare al boom economico, quando marchigiani e salernitani presero, nei campi, il posto dei sammauresi passati in fabbrica. Entrambi sono ormai perfettamente integrati. I salernitani di Teggiano hanno voluto serbare un legame pubblico con la terra d'origine e celebrare qui la festa di san Cono, loro patrono. Nel dialetto romagnolo la parola per definirli, come per i meridionali in genere, è marucòin (marocchini ovvero abitanti del Marocco) che non è sicuramente una carezza. Fatto sta che, con quella che possiamo definire seconda ondata migratoria, sono arrivati i marocchini veri, preceduti soprattutto da albanesi. Oggi, a San Mauro, i cittadini non appartenenti alla comunità europea e provenienti da ogni parte del mondo superano abbondantemente il 10 per cento della popolazione e, anche in questo caso, la convivenza appare riuscita.

Gianfranco Miro Gori                        
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