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LapideDal latino lapis (pietra), le lapidi scrivono, iscrivono le storie, la storia di una comunità. A San Mauro non sono molte. Dal che si potrebbe inferire che il luogo non ha molta storia; e che quelle che ha, stante la sua presenza dominante nelle iscirizioni (e non solo), si raggruma attorno a Giovanni Pascoli. Sia come sia: il catalogo è questo.
La facciata del palazzo comunale ne espone tre. Tutte collocate all'inizio del Novecento: in onore di Mazzini da parte dei repubblicani, di Garibaldi da parte della municipalità, di Costa da parte dei socialisti. Il padre della sinistra repubblicana e democratica risorgimentale; uno dei fondatori dell'unità nazionale di idealità affini che s'avvicinò al socialismo; l'“apostolo” del socialismo. Difficile trovare messaggio più esplicito. All'interno del palazzo, cinque lapidi tutte riguardanti la “piccola patria”. Quattro nella sala dei matrimoni: da Pascoli, che si rivolge alla “mia piccola povera amatissima patria”, ad Agostino Giorgi; dai sammauresi, che ringraziano Giovanni Torlonia delle “sorgenti” per l'acquedotto, a Leopoldo Tosi. La quinta, dedicata al primo consiglio comunale dopo la proclamazione della repubblica, è nella sala del consiglio. Passiamo ai luoghi pascoliani. Nella Torre due fanno mostra di sé all'ingresso posteriore: una riprende in parte quella già citata a Tosi, scritta da Pascoli, con riferimento a Virgilio e ai “bianchi bovi” di queste terre; l'altra riproduce l'explicit del sonetto myriceo Rio Salto; la terza, posta accanto all'ingresso della sala degli achi, l'incipit di Cavalla storna. Casa Pascoli ne espone una di fianco: “A Zvanì” nel cinquantesimo della morte; e due di fronte: da un lato scorrono alcuni versi di Casa mia, dall'altro San Mauro ricorda che qui nacque il “poeta della bontà”, stereotipo inveterato che l'ha accompagnato per lungo tempo.
Indugiando nel comparto pascoliano, la chiesuola della Madonna dell'acqua esibisce ancora versi del poeta su un fianco accanto alla porta laterale, mentra sul fronte e sull'altro lato elenchi dei caduti nelle guerre mondiali. Ancora Pascoli, poi basta, nella facciata di quella che fu la sede della Società operaia di mutuo soccorso in via Tosi. “Muore l'uomo il popolo è immortale ed immortale è il Poeta le cui canzoni sono il palpito del cuore del suo popolo”. La firma è di Maksim Gor’kij. Allo scrittore russo, in occasione della morte di Pascoli, i sammauresi avevano chiesto di dettarne l’epigrafe. Gor’kij declinò l’incarico. Si scusò. Si schermì, affermando di non essere all’altezza del compito. Nella lettera di risposta, nondimeno, scrisse la frase sopra riportata. Che la Società operaia pensò bene di utilizzare. Accanto a Zvanì, Leopoldo Tosi “ingegnere ed agronomo insigne”. Restano due iscrizioni a ricordo di Mino Giovagnoli, entrambe con versi tratti dal suo libro di poesie in dialetto E' zapatin dal chèsi: all'ingresso del parco omonimo e di fronte alla sua casa in via Pascoli. Infine una lapide che non c'è, al momento, essendo l'edifico nel quale era collocata in ristrutturazione. Indica il luogo natale di Giorgi nella piazza a lui intitolata.
Gianfranco Miro Gori

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