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Che per gl'indigeni il castello sia una piazza o viceversa, potrebbe sembrare a chi ascolti la frase ancora di largo uso in loco: “A vagh te Castel (Vado nel Castello)”. Con essa i sammauresi manifestano l'intento di recarsi nella piazza Agostino Antonio Giorgi, “già del Castello”, come recita la lapide toponomastica recentemente apposta. La piazza, che è stata rimessa a nuovo un anno fa circa, accoglie, col busto di Giorgi che in essa nacque all'inizio del Settecento, i visitatori che provengono dalla via Emilia; e il suo perimetro, delimitato dalla case che vi si affacciano tutt'intorno lungo una linea a un dipresso ovale, indica il castello (o più modestamente la “tumba” cioè un luogo fortificato) che un tempo vi sorgeva. Si sa, da un rogito risalente alla prima metà del Quattrocento, che la rocca (l'esistenza di un luogo fortificato è attestata dalla prima metà del Trecento) all'epoca era circondata da mura e da un fossato con ponte levatoio, e disponeva di artiglieria. I tempi erano assai bellicosi (poco più di un secolo avanti, Dante nel XXVII Canto dell'“Inferno”confida a Guido da Montefeltro che l'interroga: “Romagna tua non è, e non fu mai, / sanza guerre ne' cuor de' suoi tiranni”). E impietosi coi vinti. Così alla fine del Quattrocento, in coda a una delle tante guerre che si susseguirono, il castello fu smantellato con l'intimazione ai sammauresi di non ricostruirlo. Non solo. Essi conservano ancora nella loro memoria un'altra costrizione: a trasportare le pietre del castello a Savignano per consegnarle ai savignanesi.
Gianfranco Miro Gori

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